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Thursday, April 16, 2015

I pub di Dublino.

Il cielo di Dublino è di un azzurro chiaro, tenue e timido come il sole che va a nascondersi dietro le nuvole grigie che sporcano l'orizzonte. Vanno e vengono portando qualche goccia di pioggia per poi essere di nuovo spazzate da un vento freddo, incessante e tenace. Quel vento che ti fa affondare il viso nella sciarpa e nel giaccone, e ti porta a pensare come cazzo avresti fatto senza cappuccio, con la cervicale che ti dà noia, mentre loro, gli irlandesi, se ne stanno in camicia e a testa alta.
Li riconosci subito, gli irlandesi, e non solo per gli stereotipati capelli rossi e fulgidi, o per la pelle chiara e lentigginosa, le guance paonazze per il vento e le pinte di birra. Ho incontrato persone gentili, cordiali, pacifiche. Ma avevano uno sguardo fiero, orgoglioso, anche da sbronzi. Orgogliosi della loro appartenenza a un popolo che ha passato secoli di sfighe e difficoltà, e in queste si sono riconosciuti e stretti e uniti per riuscire a saltarne fuori, sempre. Tra una birra e un whisky, ovviamente.
A lazy morning, direbbero loro. Alzarsi la mattina con calma. Ci infiliamo nel primo bar che ci ispira per fare colazione. La doppia porta d'ingresso, le vetrate, i tavoli e il balcone di legno massello, le poltrone. Gira un disco con le versioni accoustic di alcune hit pop degli ultimi anni. Si avvicina una ragazza, bionda, sui venticinque, guance butterate, fianchi larghi, vestito nero. Essenziale, semplice, gentile. Ordiniamo bacon, uova, salsicce, fette di pane tostato, sciroppo d'acero, the, succo d'arancia, caffè, giusto per non farci mancare niente. Non lasciamo neanche una briciola. A lei però, la nostra cameriera, lasciamo la mancia. Ci sorride mentre usciamo.
Continuiamo a piedi lungo le vie che costeggiano il Liffey River, il fiume che taglia in due la città. Arriviamo in un parco talmente grande che non ne vedo i confini. Uno scoiattolo con evidenti problemi di peso scorrazza per il prato, faccio in tempo ad avvicinarmi e a scattargli una foto prima che, con sorprendente agilità, torni a rintanarsi sulla cima di un albero. Poco più lontano un ragazzo se ne sta seduto sotto una pianta, un altro lo aiuta a tirarsi su la manica della camicia a quadri, arrotolandogliela bene fin sopra a gomito, stringendo il bicipite. In bocca, tra i denti stringe una siringa, la prende in mano con la sicurezza di chi ha ripetuto quel gesto centinaia di volte, gl'infila l'ago nella vena ingrossata e spinge lo stantuffo. Poco lontano dei ragazzi giocano a pallone, un vecchio porta a spasso il cane, una coppietta si tiene per mano mentre cammina e qualcun altro si rilassa sdraiato sul prato incredibilmente verde del Phoenix Park.
Alzo la mano per chiamare un taxi, si ferma un uomo di mezza età dai classici lineamenti irlandesi e con due grosse mani nodose. Parla un inglese con un accento a noi incomprensibile, ma anche lui è molto gentile e continua a parlarci e a sorriderci con quei quattro denti ingialliti che gli restano. Ci facciamo portare in centro mentre, fuori dal finestrino, Dublino ci scorre davanti agli occhi. Un palazzo moderno in vetro e acciaio da un lato della strada, dall'altro una file di case popolari, quelle caratteristiche alte e strette, coi mattoni rossi in vista. Una chiesetta medievale perfettamente conservata e circondata da un giardino verde mi lascia a bocca aperta appena girato l'angolo. Sullo sfondo la fabbrica della Guinness. Sfilano i palazzi del centro, eleganti ma essenziali, i supermercati, i bar, i fastfood, i negozi di antiquariato, i murales disegnati sulle serrande abbassate. Fine corsa. Paghiamo il vecchio, non vuole la mancia e nemmeno i 10 cents dei 7.10 euro che gli dobbiamo. Le macchine tengono la destra, "devo ricordarmi di fare attenzione ogni volta che attraverso la strada", penso mentre cammino sul marciapiede affollato. Incrocio un vecchio punk, si aiuta con una stampella mentre passeggia indossando il suo giubbino jeans con le maniche strappate, pieno di toppe e spille e l'immancabile scritta "anarchy" sulla schiena, con tanto di A cerchiata. Orgoglioso d'essere rimasto, almeno lui, fedele alla linea. Continuiamo a camminare ancora poco, perché non resistiamo alla tentazione di entrare in un pub, risparmiandoci pure la storiella dell'"ho male ai piedi, sono stanco di camminare".
Dublino ti fa venire voglia di sederti in un pub a berti una birra. Ma anche due, tre, cinque, dieci. Non importa. Perché, se fare un giro per le strade di una città che non conosci può aiutarti a capire qualcosa della sua storia, della sua cultura, delle sue abitudini, a Dublino questo vale anche per i pub. Entrare, sedersi, ordinare una pinta, guardarsi intorno, leggere le targhette commemorative alle pareti. Osservare i quadri e i poster, le facce delle persone, le persone stesse, i baristi e la spillatura delle birre. Accarezzare il legno del bancone, lo stesso in cui può essersi seduto Joice, o Wilde, o Shaw. Ascoltare la musica sempre adatta a ogni situazione e lasciarsi trasportare dall'entusiasmo dei live in acustico che vanno dal british pop al folk irlandese al rock. Ti fanno sentire bene, ti fanno sentire uno di loro. Mi hanno fatto sentire a casa. Brazen Head, il pub più antico della città (1660), il più famoso The Temple Bar che prende il nome dal quartiere Temple Bar, ritrovo di molti artisti di strada, e poi ancora The Norseman, The Badbobs, The Auld Dubliner, l'Oliver st. John Gogarty Pub, The Cobblestone... sono solo alcuni dei pub che abbiamo visitato e che sono riuscito a ricordare, capitemi. Lì respiri la storia, capisci la cultura.

I pub di Dublino sono come dei monumenti, sono il cuore e l'anima della città.

Friday, August 31, 2012

Proxima paragem: Bairro Alto


“aqui...
onde a terra se acaba
e o mar começa…”

“Qui…
dove finisce la terra
e comincia il mare…”

Cabo do Roca, il punto più ovest del vecchio continente. Un monumento, una croce con una targa; e il faro del XVII secolo poco più in là. Uniche tracce di civiltà in questo luogo selvaggio. Poche persone parlottano sottovoce, le altre in religioso silenzio. Tutti ad ammirare lo spettacolo. Le onde si schiantano sotto la scogliera, il blu si trasforma in schiuma bianca che poi torna a mescolarsi col blu, e il sole va dormire dietro l'oceano calando un sipario di nuvole e luce rossa. Il vento non dà un attimo di tregua: è il prezzo da pagare per lo spettacolo. Questo è Cabo do Roca.

Travessa Fiéis de Deus
Arriviamo in Travessa do Caldeira in taxi, un vecchio Mercedes color panna, guidato da un vecchio baffuto color cadavere. È una bella via, caratteristica, stretta, con il porfido per terra, le casette alte con i panni stesi ad asciugare sui balconi. E gli immancabili azulejos. Un gatto mi guarda con aria di sfida da dietro una finestra. Mi piace questa zona, nonostante sia un po' sporca. Ci accolgono i genitori di David, il ragazzo che ci affitta l'appartamento, sono molto gentili e simpatici, parlano inglese – o meglio parlocchiano, ma è sufficiente per farsi capire – ci offrono un caffè nel loro baretto, proprio sotto il nostro appartamento. Dobbiamo aspettare ad entrare in casa, così, dopo aver lasciato le valigie nel garage della casa, decidiamo di fare subito un giro per la città: Rua Saldanha, Largo Calhariz, Rua Loreto, Largo Chiado, Rua Garrett, Rua do Carmo, Praça dom Pedro IV, Praça da Figueira, Rua Augusta e Praça do Comércio che si apre sul mare. Continuiamo a camminare finché non decidiamo di mangiare qualcosa sotto a “o elevador”. Torniamo a casa, finalmente possiamo entrare a sistemare le nostre cose. L’appartamento al secondo piano è piccolo ma accogliente e pulito. C'è la tv satellitare e la wireless. Facciamo una pennichella, poi, dopo la doccia, ce ne andiamo a scoprire le notti di Lisbona. Procediamo a piedi verso il Bairro Alto, salendo per Rua de Atalaia. In Rua da Barroca entriamo in bar senza insegne, solo delle lavagnette appese al muro e i prezzi scritti col gessetto bianco. Dentro si ascolta musica rock anni '60 e il barista ha la parrucca di Elvis e la maglietta di Johnny Clash (“get rhythm when you get the blues”). Prendo una sangria, non male devo dire. E poi un mojito. Costa tutto veramente poco. Nel mentre, per il bairro gira un vecchio con la maglia di Ibrahimovic all'Inter, lo rincontrerò qualche giorno dopo con la maglia del Real Madrid. Ormai sono qua da abbastanza ore per capire che a Lisbona tre cose non mancano mai: il vento, le salite e da bere. Ci muoviamo di lì. Altro bar, altro mojito. Ma questa volta lo paghiamo un po' di più. Fanno vedere Juve-Parma in tv, inutile dire che abbiamo altri progetti per la serata. Cosi torniamo da Elvis per finire l'aperitivo e andiamo a mangiare. Ci sediamo sulle scalinate di Travessa Fiéis de Deus, al bar da Ricardo. Mangiamo tapas e delle salsicce locali cotte in una pirofila di terracotta, stappiamo una bottiglia di porto in tre. Girando per le viuzze becchiamo un senegalese di Rimini che, sentendoci parlare in italiano, ci attacca un bel gancio. Gli compro un cappello solo perché mi ha dato un cinque perfetto. Parliamo un sacco e il Dada, che è peso come il cristo redentore (c’è anche a Lisbona), litiga con me e senegalese. Ha ragione il senegalese, manco a dirlo. Il Dada va a casa incazzato, ma non entrerà, perché le chiavi dell’appartamento erano nelle mie tasche. Così io e il Bobo continuiamo ad esplorare il Bairro Alto e prendiamo un litro di mojito. Ribecchiamo il Dada, ripresosi dall’incazzatura, prendiamo ancora da bere parlottando di qua e di là con gente da tutto il mondo e ridendo di ogni. Non so nemmeno a che ora, ma andiamo a letto stanchissimi e pieni. La notte a Lisbona è devastante.
Mi sveglio, per strada grigliano.
Bom dia, Lisboa!

Ci sarebbero altri posti da descrivere, posti da vedere a Lisbona e dintorni. La città è grandissima, vale la pena camminare senza meta, addentrarsi nelle vie solo per scoprirne i colori e le forme, ogni foto potrebbe essere una cartolina. Il castello di Sao Jorge, La torre di Belem e il monastero dos Jeronimos (dove riposa Vasco da Gama). Estoril, Cascais, la città di Sintra (patrimonio dell’umanità e protetto dall’UNESCO).
E Cabo do Roca dove finisce la terra…

Wednesday, August 31, 2011

Barcellona, un anno dopo.

E rieccomi qua, un anno dopo. Barcellona mi sembra sempre la stessa: solito miscuglio di gente, i lavori alla Sagrada che non vanno avanti, e i turisti con la maglia del Barça. È giovedì, per le 18 mi becco col Checco - l'ho trovato proprio bene - per metterci d'accordo sulla serata. Torno al suo piso 2.1 in Calle Valencia 470: quello invece lo trovo cambiato. Anche la sua stanza non è più quella dell'anno scorso, dorme in una camera più bella e più grande, dove dormiva la Silvia un anno fa; però regna il disordine e si sente l'effetto stalla - apri le finestre ogni tanto! Saluto con piacere Fausto e la Patti, e conosco i nuovi coinquilini: Hanna, californiana di San Francisco e Vanessa, una studentessa spagnola; conosco anche Angelo e Fernando, due ragazzi gay che vivono nel piso 2.2, e - a quanto pare - se la spassano anche. Quest'anno dormo nell'ostello della Patti, in Carrer Lepanto 266, a 50 metri dagli altri. Io e la Fede (la mia compagna di viaggio) dividiamo l'ostello con una coppia di cechi. E spuntano anche due tedeschi coi quali in qualche modo comunichiamo. C'è un bel viavai, la cosa inizia a farsi interessante...
Usciamo io la Fede e Checco, andiamo un baretto vicino su per Carrer Lepanto, ci facciamo tre birrette a testa e qualche bravas. Prendiamo la metro e ce ne andiamo a spasso per il Raval. Ci fermiamo nel bar di un cinese,  mangiamo una specie di bruschetta lomo y queso e l'accompagniamo con la sangria. Iniziamo a discutere col cinese di calcio, è abbastanza amichevole e così ci facciamo un chupito io, il Checco e il barista. Salutiamo e andiamo. Prendiamo un coca e rum (el Brugal) da un pamjabi o un paki, e finisco anche quello della Fede che era abbastanza diffidente dal bere qualsiasi cosa in quel posto. E ancora via, in un altro posto buio lungo stretto e pieno di gente dove prendiamo una caipirinha con la cachaça a tre euro. Adesso sì, siamo sbronzi duri e io non dormo da praticamente quaranta ore, così ci avviamo verso casa tra una stronzata e l'altra.

Que resaca hoy! Mi sveglio da solo, la Fede è andata a fare il tour fotografico. Mi sembra di avere un chiodo che entra nella tempia sinistra ed esce in mezzo al cranio. Guardo il cellulare, tre chiamate perse del Checco. Lo richiamo "andiamo al mare, passo lì giù da te tra un quarto d'ora" mi vesto, faccio la borsa e lo aspetto. Quando gli apro la porta, dopo aver realizzato, ci mettiamo a ridere: abbiamo gli stessi occhiali, la stessa maglietta del Fridaynight arancione e la stessa faccia da resaca. Mi tira uno schiaffo "vatti a cambiare che sembriamo due froci!". Mentre aspettiamo il bus per Barceloneta mi accorgo di avere una bolla su un braccio, rendo lo schiaffo a Checco "che merda, mi hai spento una paglia su un braccio stanotte!" "ma se ho smesso di fumare". Ci cagiamo in spiaggia e facciamo un bagnetto per riprenderci. Dopo un paio d'ore di spiaggia ci spostiamo su per la rambla del poble nou, la vera rambla di Barcellona, quella preferita dai catalani. Mangiamo un panino e beviamo tre birre in un bar prima di tornare a casa a piedi. Al piso del Checco conosco Bruno. Bruno è un ragazzo brasiliano, sulla trentina ex modello di Abercrombie, si sente tantissimo che è brasiliano, è molto amichevole e mi è subito simpatico. Inizia a llover... me ne vado a casa sotto la pioggia per la siesta. Apro la porta e mi trovo davanti una gran brutta figa tardona, faccio spallucce e vado a farmi una doccia. Aspetto che torni la Fede e che si sistemi, poi esco. Esco da solo. Ceno in un bar, prendo un bocadillo becon y queso, delle bravas e un paio di birre. In tivù fanno vedere il Barça: c'è la supercoppa europea contro il Porto. Parlo di calcio col barista grassone - assomiglia un po' a Rafa Benitez -  e ci litigo, non sopporto la loro arroganza calcistica.
"Messi? be' è il migliore del mondo"
"ok, ci sta"
"Xavi e Iniesta? be' è il centrocampo più forte del mondo"
"vale, ma la difesa? Valdes non sarà mica il più forte portero del mondo"
"be' è della cantera, quindi..."
Insopportabili. Pago saluto e vado. Salgo al piso del Checco, mi parla di una festa in un appartamento dalle parti di Plaça Universitat "al primero del 518, ricordati!". Ci facciamo due cocarum in casa. Parlo di calcio anche con Bruno (l'unico brasiliano scarso a giocare a calcio, così mi dicono), e mi offre due birre. L'avevo detto che era simpatico. Devo raggiungere la Fede per darle le chiavi e tornare dal Checco alla festa. E qui inizia un bel viaggio per Barcellona e per la sua metro. La Fede è dalle parti dell'Apolo, al Raval. Arrivo alla metro e la perdo di un soffio, mi tocca aspettare altri sette minuti e passa. Finalmente arriva, ma devo cambiare linea e perdo anche l'altra. Non sembra la mia serata, aspetto seduto vicno a quattro tedesche davvero brutte. Arriva anche questo trenino, salgo e mi siedo. Vicino a me si siedono quattro tipi sbronzi duri. Mi sembrano portoghesi o qualcosa di simile, hanno delle borsine di plastica piene di lattine di birra, me ne offrono una. Non rifiuto, ma la pulisco bene con la maglietta prima di bere. Arrivo all'Apolo, entro e prendo da bere. Non trovo la Fede e ho pure esaurito il credito nel cellulare. Finalmente mi manda un messaggio: sono al Sidecar in Plaça Reial. Mi sto proprio incazzando. Prendo un taxi: "hola, saidcar porfavor..." "que?" "perdona, el sidecàr". Capra! Finalmente trovo la Fede. Conosco un nuovo Checco, trentacinquenne veronese trapiantato a Roma. L'altro Checco l'ho definitivamente perso, mi ricordo solo il civico: 518. Prendo una birra. Il Checcodiverona mi offre un mojito e un cocarum, mi è già simpaticissimo. Passo la serata con loro al Sidecar, che è molto Temporock come musica. Si fa tardi e me ne torno a casa con la Fede in taxi. Parlo col taxista, mi piace parlare coi taxisti. Piscio contro il cancello della Sagrada e vado a letto.

Mi sveglio tardi, vado dritto dal Checco. Mi apre l'amica tedesca dell'Hanna, della quale ignoro tuttora il nome. Checco dorme, decido di non svegliarlo e me ne esco per i fatti miei. Mangio al mac, prendo la viola e scendo a Passeig de Gracia. E me la faccio tutta da Plaça Catalunya fino alla Diagonal. Mentre torno indietro compro una calamita da frigo per il Sorez e la Gazzetta dello Sport: due cose da italiano medio. Vado in centro dalla cattedrale di Sant'Eutalia, faccio una tappa al negozio della Vans lì vicino. Giro un'oretta per il centro finché non sbuco in Plaça Reial. Torno dalla metro per la rambla, ci sono degli americani che si fanno inculare 50 euro alla volta al gioco delle tre carte (che popolo di imbecilli). In metropolitana penso a quanto si sta bene a farsi i cazzi propri senza dover render conto a nessuno, non dover salutare nessuno, non conoscere nessuno, uscire spettinato e con le braghe e la maglietta e gli occhi stropicciati senza essere giudicato da nessuno. Torno alla Sagrada e ci giro intorno: non l'avevo ancora fatto. Imponente è imponente, ma ha un'architettura che io, da profano, non capisco; forse perchè non me ne sono mai davvero interessato. Faccio un giro anche per il barrio, voglio una birra dal grassone di ieri sera ma è chiuso, pazienza. Mi infilo in un altro bar e prendo una caña pequeña: mi beccano subito che sono italiano. Prima di cena incontro il Checco per strada, ci facciamo tre birre in due e ce la raccontiamo un po'. Ceno al Burger King per fare pari col pranzo al Mac, giro per il barrio e mi guardo Granada - Betis nel bar vicino a quello del grassone di ieri, e secco un paio di Estrella. Torno in Calle Valencia e becco il Checco con Bruno e altri ragazzi, vanno da Miguel, un loro amico cileno, ci parlo un po' è superamichevole anche lui ed è contento che sia interista perchè era la squadra di Ivan Zamorano. Giro un po' con loro poi mi rompo, non sono soddisfatto, così vado a raggiungere la Fede e il Checcodiverona. Abbiamo appuntamento al Razzmatazz. Prendo la metro, devo prendere la rossa fino a Marina. Saranno le due e mezza passate. Arrivo facilmente al Razzmatazz, c'è pieno di stranieri: pochi italiani per fortuna. Prendo da bere e giro intorno finché non trovo gli altri. Prendo un altro cocarum e mi metto a guardare una zozza sul cubo che fa vedere le tette. Verso le cinque usciamo, non ho più un euro, prendiamo un taxi (che pagherà la fede) e torniamo a casa.

L'ultimo pomeriggio lo passo col Checco, finalmente trovo un kebabbaro: non avevo ancora mangiato un kebab in tre giorni che ero a Barcellona. Ci scoliamo tre birre e andiamo in giro per Gracia, il quartiere più catalano di Barcellona, ci sono un sacco di bandiere della Catalunya Llure appese ai balconi. Mentre passeggio penso a Barcellona: è come una bellissima ragazza che ti faresti e rifaresti, ma sai che non ci staresti mai, che con lei non durerebbe. Al 470 di Calle Valencia saluto il Checco, appuntamento a Natale, ma in Italia stavolta. Torno all'ostello, una rinfrescata veloce e sono pronto a tornare. Nos vemos pronto Barcellona!

Monday, June 20, 2011

Te echo de menos Santander

L’atterraggio è morbido, il tempo un po’ meno. Anzi, c’è proprio brutto: vento, freddo e cielo coperto. Prendiamo un taxi e arriviamo all’Hostal Liebana in calle Nicolas Salmeron 9. Da fuori fa cagare, è un asco; dentro va già meglio, abbiamo il nostro bagno ed è anche pulito. Camera vip la nostra: io, Ale e il Mappa. Il Twin rimane escluso. Mi dispiace, però è la dura legge delle camere. Ma forse è stata la sua salvezza. Ci docciamo e ci vestiamo: siamo pronti per la serata. Ale e il Mappa, neanche a farlo apposta, sfoggiano un maglioncino verde pistacchio, l’unico che entrambi hanno messo in valigia. Sono insieme a los hermanos pistachos, o più semplicemente Los Pistachos. Proprio di fianco alla porta dell’ostello c’è un pub anzi una cerveteria: la Cerveteria Urogallo. Entriamo, faccio lo splendido con quel poco di spagnolo che mastico:
- holà, seis cañas pequeñas porfa
Dall’altra parte del bancone c’è un vecchio sdentato ma simpatico. Facciamo due giri poi ci muoviamo a piedi verso il centro. Attraversiamo Plaza Velarde, con i cartelli e gli striscioni de los indignados, non è una brutta città, anche se è piccola. Avanziamo per il centro: altro bar altra San Miguel e via. Arrivimo davanti a un altro pub, ci sono il Cava e gli altri, così ci fermiamo. Sta spiovigginando. Entro, vedo il Twin con la Tizzi, sta sorseggiando un tinto de verano, una specie di spritz spagnolo a base di vino rosso.
- ohi Twin, com’è?
Con l’aplomb da signore che lo contraddistingue mi dà il suo giudizio:
- Rinfrescante…
- Perdona – faccio alla barista – u
n tinto de verano porfa!
Era solo l’aperitivo. Andiamo a cena al Rampalay, pesce, carne, verdure vino tinto y cerveza. Luego ci spostiamo in Plaza de Cañadio, ci sono un paio di locali su un lato della piazza: il bar Canela e il Ventilador. C’è del giro, non solo giovani, qua la sera escono proprio tutti. Piove fitto adesso, così ci ripariamo sotto la tenda del Canela, dentro si sentono i Dire Straits. Conosciamo Silvia e Saida, due ragazze di Verona. Coca e rum più birra. Ha smesso di piovere, ci spostiamo in calle Lopez Doriga, siamo dentro a El Divino, una specie di discoteca a ingresso gratuito. Beviamo ancora, adesso ho perso il conto di quanto ho bevuto ma ho un cappello nuovo, sono comunque contento. Rimaniamo lì un po’, ci sono delle ragazze spagnole ma non ce la smollano e allora ci muoviamo ancora. Sono le quattro passate, andiamo al Rokanbolè in calle Hernan Cortez. Non c’è un granché qua, o perlomeno non me lo ricordo. Via di qua, ci incamminiamo. Ribecchiamo le veronesi, sono son las cinco y veinte. Siamo seduti sul marciapiede davanti al KuDéTa, sempre in centro, ma non ricordo dove. Vogliono dieci euro senza consumazione per entrare – sono pazzi – no grazie, ciao! Così bivacchiamo ancora un po’ lì, sul marciapiede. È davvero tardi, ci avviamo a piedi alle camere. Siamo rimasti solo Richi, Ale, il Mappa, le veronesi ed io. Ogni tanto ci fermiamo perché le veronesi rompono il cazzo per fare delle foto. Ne approfitto per pisciare in un’aiuola che puzza già di piscio. Inizia ad esserci luce, il lungomare e le altre strade sono vuote: solo il vento le percorreva.
Ci svegliamo a mezzogiorno, c’è ancora il cielo coperto. Ci uniamo alla camerata del Giga più la Tizzi, anche perché sono gli unici rimasti. Andiamo a far colazione in un bar vicino al Liebana. Facciamo un giretto, becchiamo gli altri, belle facce anche loro! Pranziamo con dei pinchos sul lungomare. Esce il sole, e fa caldo ma c’è comunque un gran vento, la felpa fa comodo. Prendiamo dei taxi e andiamo al parco della peninsula de la Magdalena. Ci sono gli animali: i pinguini, le otarie e i leoni marini che piacciono tanto a Richi (ed è pure bravo a imitarne il verso e le fattezze). In cima al promontorio c’è un castello: la Residencia Real. S'è fatta proprio una bella giornata. Dopo non so quanti click e cheese torniamo in albergo, sempre in taxi. Finalmente cago. Scopro di essere rossissimo in faccia. Ale fa il bagno. Il Mappa (che ha il coppino più viola mai visto in vita mia) non fa altro che prendere su delle parole deliziandoci con le sue perle di idiozia.
Parte la serata. Per la prima volta ci troviamo tutti e 21 sotto l’hostal. Andiamo a prendere l’aperitivo al mercato coperto: una caña. Cena a Los Arcos, proprio lì di fronte. La cena non è stata molto abbondante – per usare un eufemismo – così qualcuno va a mangiare qualcos’altro da qualche altra parte. Plaza de Cañadio. Prima caña al Canela a cui segue subito una seconda. Un coca e rum. Il Patto, il Gaibo e il Cava regalano risate. È il compleanno del Nibbio, proviamo a sbronzarlo, ma è una sfida già persa. Il Cava mi manda a impezzare tre spagnole, sono tre infermiere che lavorano all'hospital. Arriva il Mappa mentre parlo con una di loro in uno spagnolo fluido, scivola fuori meglio lubrificato dall’alcol. Prendiamo per il culo il Mappa che ride e non capisce. Intanto arriva il Cava: si vanta di essere l’allenatore della promoción. Per fortuna una di loro sa l'italiano perché era stata a Venezia. Salutiamo le ragazze perché mañana trabajan. Cava mi fa notare una cosa: qua le ragazze sono più sorridenti che in Italia, ed è proprio vero. Sarà mezzanotte. Siamo più che sbronzi, ci sta, mañana volvemos. Allora altro coca e rum. Al Canela hanno la bella abitudine di dare i lecca lecca con i cocktails. Io e Richi ci striniamo i peli delle braccia e ce li annusiamo, incominciamo a essere molesti. Impezziamo altre ragazze spagnole, una mi fa i complimenti per il mio spagnolo. Non immaginate la soddisfazione. Ancora coca e rum. Ci muoviamo verso il Malaprima con Cava e l’Amicodicava. Ci sono anche le spagnole appena impezzate. Il Cava offre un giro di tequila, non ho nemmeno la pazienza di aspettare il piattino con sale e limone. Altro giro altra tequila, ma stavolta sale e limone. Andiamo via. Siamo in un altro posto, becchiamo Richi e gli altri ma non c'è un cane… Questo posto è il Pacha, mi dicono. In realtà è il KuDéTa, dove non siamo entrati ieri. Si riempie verso le quattro. In effetti la gente inizia ad arrivare. Sono pieno e molesto e nessuno mi ha ancora messo le mani addosso. Che culo! Secondo me sono molesti anche gli altri. Siamo tutti molesti e decidiamo: “finché c'è musica stiamo”. Chiedo un agua perché non ne posso più:
- cuatro con cinquenta
- diocan, siete de bei ladri!
Pago ed esco incazzatissimo. Lì fuori ci sono il Ghez, la Tizzi, il Patto e il Giga che parla in inglese con uno spagnolo. Rompo un bicchiere sul marciapiede e mando a fanculo il Ghez, che mi prende a fiocchi. Mi incazzo ancora di più. Torno a casa con tutti loro più le veronesi, si sono di nuovo aggiunte. È tardi. Il Ghez mi mena di brutto perché sono pieno, e perché è pieno anche lui. La Tizzi e il Giga mi raccolgono da terra, il Patto mi fa la ramanzina e mi tranquillizzo. Arriviamo al Liebana, aspetto l’arrivo dei miei compagni di stanza – che avevano preso altri lidi –, così tra una cazzata e l’altra andiamo a letto.
La Guappa ci sveglia alle undici e trenta, dobbiamo liberare la stanza per mezzogiorno. Ho il cell scarico, non si accende nemmeno, lo metto in carica una mezz’oretta. Faccio la valigia, infilo il costume e una maglietta, prendo il telo e sono pronto. Lasciamo le valige all’hostal e andiamo verso la spiaggia. Facciamo colazione con un perrito caliente. Al primo morso mi macchio con la senape, poco male. Compriamo la crema, ché oggi c’è un bel sole. Fermiamo un paio di taxi e arriviamo alla playa el Sardinero Dos.
Il Giga e la Tizzi comprano la palla in un baracchino: è calcetto sulla spiaggia. La cronaca mi vede protagonista. Pronti via siamo sotto, fortunoso vantaggio di Ale, oltremodo premiato da una carambola col Gian. Soffro l’avvio e sciupo un assist d’oro del Patto. Dall’altra parte Richi sbaglia clamorosamente un’occasione dopo l’altra. Il Nibbio tenta una staffilata che si spegne poco a lato ma che scuote la squadra. Guadagnamo campo. Poco dopo Patto dalle retrovie mi serve, salto l’uomo appoggio per il Nibbio che inventa il destro vincente. È uno a uno. Non si può più sbagliare, one shot one kill, chi fa questo vince. Il Gian è una diga dietro, il Patto apre per il Nibbio, ottima la verticalizzazione per me che segno con un destro preciso. Sfuggo dall’abbraccio dei compagni per prendere il meritato abbraccio blu dell’oceano.
Passiamo il resto della giornata a giocare in spiaggia o con le onde o a prendere il sole e a dir stronzate. Torniamo in autobus in centro e poi a piedi a prendere le valige al Liebana. Mangiamo qualcosa al bar davanti l’hostal finché non arrivano i taxi che ci portano all'aeropuerto. Non ne ho più ma mi gioco l’ultima stronzata:
- ehi Patto, nonostante la svarzella di ieri ho tenuto bene…
- ma va’ là, che sembri mangiato e cagato!
Te echo de menos Santader!

Thursday, August 12, 2010

cuatro días en Barcelona

Primo giorno.
Arriviamo alla stazione nord-arco di trionfo. Stanchi, occhi gonfi e palpebre pesanti come blocchi di ghisa. Il Checco ci viene a prendere, ha la faccia di uno che la sera prima ha dato, e parecchio anche. Facciamo il mini-abbonamento per la metro e portiamo le valige al piso. Il nostro piso si trova in Calle Valencia n. 470, a due minuti a piedi dalla Sagrada Familia. La stanza del Checco fa schifo, è proprio un asco come dicono qua; quattro metri per due di confuzione e panni sporchi. Però sulla parete domina il poster dell’Inter campione d’Europa: rispetto. Scendiamo subito per strada e ci fermiamo in una baretto: tres cañas porfa. Y otros tres. Torniamo a casa e conosciamo Fausto, il ragazzo andaluso che vive con noi. Gli hanno dato un nome italiano perché ha una nonna italiana di chissà dove. Ci docciamo, infiliamo un costume e andiamo verso la spiaggia, destinazione Barceloneta.
Al primo semaforo passa una macchina con due surrogati di indios dentro: si sono addormentati nel coche. Ogni tentativo di svegliarli è vano. Per fortuna Fausto lavora come infermiere in una clinica e assicura tutti che i due indios borrachos sono vivi. La Guardia Urbana ci mette mezzora ad arrivare e, dopo qualche risata, fa sfollare tutti i curiosi riunitisi per prendere a sberle i due piloti in coma senza che questi battessero ciglio.
Passiamo davanti al Monumental ovvero l’arena dove si svolgono le corride. Le ultime perché dall’anno prossimo non saranno più legali: in Catalunya sono state abolite. È un sacco imponente da fuori. Bello bello, meno bello quello che fanno dentro. Andiamo avanti, attraversiamo il parco della Ciutat Vella, vediamo la fontana (che un po' mi ricorda L'Altare Della Patria) e il Castell Dels Tres Dragons. Arriviamo a Barceloneta, finalmente perchè Burga non ne poteva più di camminare. Qui notiamo un vecchio fricchettone supertatuato, subito non ci accorgiamo che è nudo: ha le chiappe completamente tatuate, sembra indossare gli slip, ma non si può far finta di non vedere un "manganello" alla Rocco Siffredi che gli penzola tra le cosce, que asco! Schifati e stanchi, dopo tanta strada a piedi e il viaggio sulle spalle, ci cagiamo sulla spiaggia. Il Burga si addormenta.
Decidiamo di tornare verso casa. Per le strade di Barceloneta c'è il Buskers Festival, un festival di artisti di strada (busker in inglese vuol proprio dire artista di strada); se non ricordo male, in Italia l’abbiamo visto dalle parti di Ferrara. Barceloneta è un sacco moderna e stacca dal resto della città. Tra grattacieli, fontane e altre architetture moderne vediamo anche l’Arco di Trionfo. La sera il Checco, da buon italiano, fa da mangiare per tutti. Dopo cena ci trasferiamo all'altro piso, dove arrivano tre ragazzi che nessuno conosce: Uri, Alejandro y Gina. Scopro che sono amici di Fau. Sono i classici ragazzi spagnoli, casinisti ed estroversi. Sbevazziamo qualche chupitos in casa, poi si opta per il Razzmatazz, una superdiscoteca su cinque piani. 15 euro più consumazione: onesto. Lì accade un po’ di tutto, ci sono un sacco di italiani – si riconoscono subito – e di gay – si riconoscono subito anche quelli. Dal Razzmatazz torniamo a casa a piedi, noi tre: abbiamo perso Fausto, i tre ragazzi nuovi e le altre ragazze del piso. Ci fermiamo a prendere un churro e una birra. Facciamo una siesta ad ogni panchina. E ad ogni panchina il Burga si addormenta, come Nonno Abraham. Finalmente torniamo al piso ed andiamo a letto: son las seis y media de la mañana. Non male come primo giorno.

Secondo giorno.
Ci svegliamo verso le due e mezza, siamo ben riposati, io voglio andare a vedere il Camp Nou e convinco Burga e Checco ad accompagnarmi. Mangiamo un piatto di spaghetti cinesi in una specie di tavola calda, il Burga chiede un’insalata, il so fegato chiede pietà. Qui i bar son tutti gestiti da cinesi o nordafricani o sudamericani. Dopo un po’ di strada a piedi, un po’ di metro e un altro po' di strada a piedi arriviamo. Il museo del Camp Nou chiude solo la domenica pomeriggio... “che giorno è oggi?” che sfiga. Mi accontento di fare solo qualche foto da fuori, assieme a qualche altro turista rimasto inculato come me.
Da animalista a da buon izquierdoso convinco Checco e Burga a non andare a vedere la corrida al Monumental. Così Checco ci porta a vedere il Parc Güell, con la famosa salamandra di Gaudì e tutto il resto. Il parco domina dall’alto la città. C’è una terrazza, da lì si vede tutto: Las Ramblas, il centro strorico, el Gotico, el Raval e i grattacieli, tra cui la Torre Agbar, che qua chiamano amichevolmente el consolador (il vibratore). Davvero bello.
Torniamo a casa, mangiamo e ci prepariamo per uscire. Andiamo nel Barri Gotic, entriamo al Polaroid Bar. Fa molto anni ’80, las cañas y los chupitos non costano un cazzo e allora ci diamo dentro. Ci spostiamo più in là, sempre per Carrer Dels Còdols, al Mariachi: il locale di Manu Chao. I mariachi sono i caratteristici gruppi musicali messicani con due-tre-quattro chitarre e voce, si vedono spesso nei film. È un sito molto caratteristo, c’è un tizio che suona la chitarra e canta por un beso de la flaca daria lo que fuera… di Jarabe De Palo. Mi piace un sacco quel posto! Usciamo, camminiamo un po’. In realtà son due giorni che camminiamo un po’: meglio prendere un taxi. Ci facciamo portare al porto olimpico. Al porto olimpico ci sono un sacco di piccoli discopub, dove non paghi nulla per entrare ma un cocktail costa veramente tanto. Meglio prendere la birra a un euro dai paki lì davanti. Non si potrebbe bere per strada a Barcellona, ma se non fai lo stronzo nessuno ti dice niente. Meglio non provocare i Mossos D’Esquadra…
Io non ne ho più, torniamo a casa, a piedi. Sono le sei. Io vado a letto, il Burga e Checco giocano a Isspro fino alle otto. Burga è totalmente negato e non riescono a battere Israele con la Germania (una squadra a caso…). Non riescono a battere neanche la Francia con l’Italia. È lunedì mattina e Christel, la francese che vive nel nostro piso, si sveglia per andare a lavorare – ¡Holà! – mentre Burga e Checco infamano i giocatori transalpini – ¡Holà!

Terzo giorno.
¡Que resaca hoy! Siamo cotti, oggi pomeriggio stiamo in casa a giocare con la play. Israele sembra imbattibile. Burga è proprio scarso, io me la cavo, ma il Checco riesce sempre a battermi. Que cabron! Incomincio a prendere dimestichezza con lo spagnolo, è una lingua che mi piace: ha dei bellissimi suoni, le j, le s, le c...
Nel tardo pomeriggio usciamo, andiamo a far la spesa per preparare la Paella. Prendiamo il riso, il pesce e le verdure. Torniamo a casa e il Checco si mette a cucinare mentre noi capre lo aiutiamo, apparecchiamo la tavola e prepariamo il kalimotxo, una curiosa bevanda di origine basca, composta per la metà da vino tinto (qualità Tavernello) e Coca-Cola per l’altra metà. Il Checco ha il pc, che qui chiamano l’ordenador. In Spagna hanno un po’ la manìa di tradurre tutto, e quello che non traducono lo pronunciano alla loro maniera, ad esempio: le LuckyStrike sono le LuquiStrique, o più semplicemente le Luqui. Il checco ci racconta di un tizio che una volta gli ha detto: “estás más peligroso que Maguivér en una ferreteria”
“Maguiver?!”
“ma sì, sai quello che fa la bomba atomica con una graffetta…”
“ah! McGyver!”
“que?! Maguiver..!”
Che capre! Però hanno la wireless free per tutti, e questa è una gran cosa, brava spagna: uno a uno! Sono molto curioso, e ho voglia di imparare così Fausto mi insegna lo spagnolo, anzi le parolacce. Ci racconta che il Mitsubishi Pajero in Spagna l’hanno chiamato Montero, perché in spagnolo paja vuol dire sega e pajero segaiolo. Che storia!
È pronto in tavola. Tutti assieme mangiamo l’ottima paella del Checco: il cuoco, il Burga, Fau, la francese ed io, solo la Silvia non si fida del nostro cocinero. La Silvia è una ragazza catalana che vive con noi e parla molto bene l’italiano perché ha fatto l’Erasmus a Pesaro.
È tardi, ma usciamo, Fau rimane a casa “porqué mañana trabajo”, che pacco, ha il turno dalle due alle sette de la tarde. Checco ci deve portare all’Apolo, un locale dove tutti i lunedì fanno il Nasty Monday. Un nome un programma! Prendiamo un taxi perché è già l’una e la metro chiude a mezzanotte. I taxi sono molto economici, paghiamo siete euro y cincuenta in tre. Per entrare all’Apolo c’è una coda della madonna, allora desistiamo dall’idea e beviamo un mojito (a tres euro y cincuenta!) nel bar di fronte. Andiamo in giro per il Barri Raval (da ravanare…), ovvero l’ex quartiere malfamato della città. C’è da camminare molto anche lì. Però meglio così, è quella la vera Barcellona. È un’impresa trovare dei bar aperti oggi – è pur sempre lunedì e sono le due di notte anche in Catalunya. Poca roba stasera, torniamo a casa a piedi dopo aver girato per il Raval e le rambla. È relativamente presto, ma sono comunque le quattro passate.

Quarto giorno.
Ci svegliamo presto: è l’una. Andiamo in centro per fare shopping, che bravi turisti! Cerco la maglietta della Nazionale Catalana, la Selecció Catalana. Camminiamo per Passeig De Gracia, scatto qualche foto. Facciamo un giro in uno dei tanti negozi dell’FC Barcelona, la città ne è piena. Qua per il Barça sono davvero invasati. Ci sono le facciate dei palazzi coperte da tendoni con i giocatori Blaugrana, Piqué è l'idolo di casa quanto Messi, Iniesta e Xavi, forse anche di più essendo barcelonin.
Entriamo in un negozio enorme, c’è di tutto, dagli articoli sportivi alle televisioni, dai libri al bar. Un commesso mi spiega che la maglia della nazionale catalana non c’è, perché quest’anno non hanno fatto nessuna amichevole e quindi la camiseta non è stata prodotta. Ci rimango male. Io e Checco giriamo in lungo e il largo per i sei piani del negozio ma non troviamo più Burga. Niente, l’abbiamo perso. Che capra! Decidiamo di continuare a girare per il centro. Mi porta a vedere la cattedrale e dei negozietti che vendono souvenir. Compro la maglietta dell’RCD Espanyol per un amico. Tornando verso casa passiamo per il Raval. Beviamo dos cagnas dalle parti del MACBA, il museo d’arte contemporanea di Barcellona – dove davanti si scatenano tutti gli skateboarder della città. Merda, ce ne sono un sacco! Passiamo per Plaça Reial e per la Plaça de la Universitat, dove una barbona mi scrocca la Pepsi. Vicino al piso c’è un negozietto di souvenir gestito da indiani, non ho trovato la camiseta della Selecció Catalana allora compro la bandiera della Catalunya Lliure, la Catalogna Libera. Qua la pensano quasi tutti così, infatti per i mondiali hanno festeggiato solo i turisti e quei quattro gatti che tifano l’Espanyol, gli unici a sentirsi spagnoli in Catalunya. Il Checco è un ottimo contrattatore e fa scendere il prezzo della bandiera da venti a dieci euro.
Saliamo al piso, e troviamo Burga, che ha comprato una cartina ed è riuscito a tornare a casa. Mentre noi, rincasando, ci eravamo fatti un viaggio: trovavamo i suoi occhiali in terra, per strada, con una lente crepata e i segni della sgommata di un’auto: il rapimento di un ricco turista italiano, un classico.
Convinciamo Fausto a uscire con nosotros, cazzo è la nostra ultima sera. Il Checco ci promette di portarci in un locale, il Wall Street Bar, o qualcosa di simile. Poi cambia idea perché non vuole esser perseguitato da due brutte fighe – parole sue – che corrono dietro a lui e a Fau – sempre parole sue. Allora andiamo in giro per il Gotico. A piedi, tanto per cambiare. Prendiamo un kebab da dei magrebini, Burga chiede un dürüm de polla, forse era meglio un dürüm de pollo… Finita la cena riprendiamo il nostro percorso per il gotico. Entriamo al Nevermind in Calle Escudellers Blancs, faccio senza spiegarvi che fa molto Seattle. Cuatro cervezas. Le casse suonano Bulldozers and Slaves dei Sound Garden e scopro con piacevole sorpresa che anche Fausto ascolta il Grunge. Siamo vicini a Carrer dels Còdols e torniamo al Polaroid Bar, perché là si beve e tanto e si spende poco. “Cuatro cañas por favor”. Cuatro chupitos. Cuatro cañas y otros cuatro y otros cuatro. Fanculo, è la nostra ultima sera. Andiamo al Mariachi. Cuatro cagnas y otros cuatro. Y otros tres, tres perché Fau non beve più, “mañana trabajo”. Fuori dal Mariachi facciamo conoscenza con quattro francesi, un nero coi rasta che fuma una canna, un vecchio fricchettone, una ragazza cessa e un omone col cappello da pescatore che mi ricorda Chad Smith, il batterista dei Red Hot. Quest’ultimo ci racconta che prima viveva in Italia, ma adesso vive qua a Barcellona e sta disimparando l’italiano. Ci tirano una secchiata d’acqua. E un’altra che prende in pieno il francese. E lui non la prende neanche male, tanto fa caldo e poi mejor que una meada. ¡W la compañia de los salidos! Andiamo alle ramblas e torniamo a casa. Fausto va a letto:
“mañana trabajo”
“vale vale!!”
Il Checco fa gli spaghetti. Il Burga è fuori e prepara los kalimotxos para todos. Finalmente, dopo quattro giorni, ha imparato a dire calimocio e non caramucio, calimero… Che capra! Mi addormento sul divano mentre gli altri giocano alla play. Che peccato, la vacanza è finita, ma c’è ancora Israele da battere…
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