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Thursday, April 16, 2015

I pub di Dublino.

Il cielo di Dublino è di un azzurro chiaro, tenue e timido come il sole che va a nascondersi dietro le nuvole grigie che sporcano l'orizzonte. Vanno e vengono portando qualche goccia di pioggia per poi essere di nuovo spazzate da un vento freddo, incessante e tenace. Quel vento che ti fa affondare il viso nella sciarpa e nel giaccone, e ti porta a pensare come cazzo avresti fatto senza cappuccio, con la cervicale che ti dà noia, mentre loro, gli irlandesi, se ne stanno in camicia e a testa alta.
Li riconosci subito, gli irlandesi, e non solo per gli stereotipati capelli rossi e fulgidi, o per la pelle chiara e lentigginosa, le guance paonazze per il vento e le pinte di birra. Ho incontrato persone gentili, cordiali, pacifiche. Ma avevano uno sguardo fiero, orgoglioso, anche da sbronzi. Orgogliosi della loro appartenenza a un popolo che ha passato secoli di sfighe e difficoltà, e in queste si sono riconosciuti e stretti e uniti per riuscire a saltarne fuori, sempre. Tra una birra e un whisky, ovviamente.
A lazy morning, direbbero loro. Alzarsi la mattina con calma. Ci infiliamo nel primo bar che ci ispira per fare colazione. La doppia porta d'ingresso, le vetrate, i tavoli e il balcone di legno massello, le poltrone. Gira un disco con le versioni accoustic di alcune hit pop degli ultimi anni. Si avvicina una ragazza, bionda, sui venticinque, guance butterate, fianchi larghi, vestito nero. Essenziale, semplice, gentile. Ordiniamo bacon, uova, salsicce, fette di pane tostato, sciroppo d'acero, the, succo d'arancia, caffè, giusto per non farci mancare niente. Non lasciamo neanche una briciola. A lei però, la nostra cameriera, lasciamo la mancia. Ci sorride mentre usciamo.
Continuiamo a piedi lungo le vie che costeggiano il Liffey River, il fiume che taglia in due la città. Arriviamo in un parco talmente grande che non ne vedo i confini. Uno scoiattolo con evidenti problemi di peso scorrazza per il prato, faccio in tempo ad avvicinarmi e a scattargli una foto prima che, con sorprendente agilità, torni a rintanarsi sulla cima di un albero. Poco più lontano un ragazzo se ne sta seduto sotto una pianta, un altro lo aiuta a tirarsi su la manica della camicia a quadri, arrotolandogliela bene fin sopra a gomito, stringendo il bicipite. In bocca, tra i denti stringe una siringa, la prende in mano con la sicurezza di chi ha ripetuto quel gesto centinaia di volte, gl'infila l'ago nella vena ingrossata e spinge lo stantuffo. Poco lontano dei ragazzi giocano a pallone, un vecchio porta a spasso il cane, una coppietta si tiene per mano mentre cammina e qualcun altro si rilassa sdraiato sul prato incredibilmente verde del Phoenix Park.
Alzo la mano per chiamare un taxi, si ferma un uomo di mezza età dai classici lineamenti irlandesi e con due grosse mani nodose. Parla un inglese con un accento a noi incomprensibile, ma anche lui è molto gentile e continua a parlarci e a sorriderci con quei quattro denti ingialliti che gli restano. Ci facciamo portare in centro mentre, fuori dal finestrino, Dublino ci scorre davanti agli occhi. Un palazzo moderno in vetro e acciaio da un lato della strada, dall'altro una file di case popolari, quelle caratteristiche alte e strette, coi mattoni rossi in vista. Una chiesetta medievale perfettamente conservata e circondata da un giardino verde mi lascia a bocca aperta appena girato l'angolo. Sullo sfondo la fabbrica della Guinness. Sfilano i palazzi del centro, eleganti ma essenziali, i supermercati, i bar, i fastfood, i negozi di antiquariato, i murales disegnati sulle serrande abbassate. Fine corsa. Paghiamo il vecchio, non vuole la mancia e nemmeno i 10 cents dei 7.10 euro che gli dobbiamo. Le macchine tengono la destra, "devo ricordarmi di fare attenzione ogni volta che attraverso la strada", penso mentre cammino sul marciapiede affollato. Incrocio un vecchio punk, si aiuta con una stampella mentre passeggia indossando il suo giubbino jeans con le maniche strappate, pieno di toppe e spille e l'immancabile scritta "anarchy" sulla schiena, con tanto di A cerchiata. Orgoglioso d'essere rimasto, almeno lui, fedele alla linea. Continuiamo a camminare ancora poco, perché non resistiamo alla tentazione di entrare in un pub, risparmiandoci pure la storiella dell'"ho male ai piedi, sono stanco di camminare".
Dublino ti fa venire voglia di sederti in un pub a berti una birra. Ma anche due, tre, cinque, dieci. Non importa. Perché, se fare un giro per le strade di una città che non conosci può aiutarti a capire qualcosa della sua storia, della sua cultura, delle sue abitudini, a Dublino questo vale anche per i pub. Entrare, sedersi, ordinare una pinta, guardarsi intorno, leggere le targhette commemorative alle pareti. Osservare i quadri e i poster, le facce delle persone, le persone stesse, i baristi e la spillatura delle birre. Accarezzare il legno del bancone, lo stesso in cui può essersi seduto Joice, o Wilde, o Shaw. Ascoltare la musica sempre adatta a ogni situazione e lasciarsi trasportare dall'entusiasmo dei live in acustico che vanno dal british pop al folk irlandese al rock. Ti fanno sentire bene, ti fanno sentire uno di loro. Mi hanno fatto sentire a casa. Brazen Head, il pub più antico della città (1660), il più famoso The Temple Bar che prende il nome dal quartiere Temple Bar, ritrovo di molti artisti di strada, e poi ancora The Norseman, The Badbobs, The Auld Dubliner, l'Oliver st. John Gogarty Pub, The Cobblestone... sono solo alcuni dei pub che abbiamo visitato e che sono riuscito a ricordare, capitemi. Lì respiri la storia, capisci la cultura.

I pub di Dublino sono come dei monumenti, sono il cuore e l'anima della città.

Sunday, March 09, 2014

Compagno di sbronze

Ho iniziato a scrivere storielle sui diari dei miei amici, a scuola, così, per fare, per prenderli un po' per il culo. Per scherzo, insomma. Poi una sera d'ottobre, non avendo un cazzo da fare, decisi di aprire un blog. Questo blog. Il mio blog. Una delle poche scelte felici e azzeccate della mia vita. Avevo delle cose da dire e le dicevo. Anzi, le scrivevo.
Parallelamente leggevo cose, tipo giornaletti e libri di autori più o meno scontati, più o meno scolastici. Non sto neanche a elencarveli. E ammetto, con una buona dose di presunzione, che son sempre stato convinto di poter far molto meglio di molti di loro. Poi, un gran bel giorno, un amico mi disse: tu dovresti leggere Bukowski. Mi fidai. Andai in libreria e acquistai un libro: "compagno di sbronze". Lessi le prime righe e ne rimasi subito folgorato. Più di Pennac, più di Palahniuk, più di Kerouac, più di Irvine Welsh. Più di chiunque altro. E credo anche che più di tutti, lui abbia influenzato tutto ciò che ho scritto negli ultimi anni. 
Vi dico questo solo perché oggi, 9 marzo, è il ventennale della sua dipartita. Vent'anni fa il buon vecchio zio Charlie se ne andò all'inferno a causa di una leucemia fulminante. Morì a San Pedro, Los Angeles, California. Nacque ad Andernach in Germania nel 1920, ma all'età di due anni si trasferì a Los Angeles, dove ha passato tutta la vita scrivendo, bevendo e cercando di lavorare il meno possibile. Ha scritto sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie.
Se volete un consiglio su cosa leggere, per farvi un'idea di cosa è stato, ma soprattutto di cosa ci ha lasciato, allora andate in libreria e ordinate: "compagno di sbronze" (il solo il titolo dovrebbe essere già abbastanza accattivante), "storie di ordinaria follia" e "donne". I primi due sono raccolte di racconti. Così, nel caso non ve ne piacesse uno, potreste saltare direttamente a un altro. Il terzo, "donne", è un romanzo, uno di quelli da leggere tutto d'un fiato perché, pur essendo frutto, non solo di esperienze vissute, ma anche (e forse soprattutto) di fantasie, è terribilmente vero, spensieratamente maschilista e tremendamente attuale nonostante sia stato pubblicato nel '78.
Bukoswki, dicevo qualche riga più indietro, ci ha lasciato in eredità anche un migliaio di poesie. E qui lo ammetto: io di poesia non ne capisco davvero un cazzo; qualcuna l'ho letta, su internet, ma non saprei esprimere un giudizio. Inoltre credo che, per chi ne mastichi, varrebbe la pena leggerle in inglese. Su internet potete trovare quasi tutto (in lingua originale) su questo sito: www.bukowski.net.
  
Una fonte d'ispirazione. Un modello letterario. Un esempio di vita sbagliato, ma affascinante come tutte le cattive compagnie. Ecco, Bukowski, per quanto mi riguarda, è stato ed è ancora tutto questo.

Friday, October 25, 2013

Ostello


Non tutti mi crederanno ma c'è chi ama l'autunno, come il sottoscritto. E forse saremo anche pochi poveri diavoli, ma questo non importa. Importa lui, l'autunno: le nebbie, le piogge, i primi freddi. I suoi colori e i suoi frutti: i mandarini, le arachidi, le zucche, le castagne, i funghi. E il piacere dei primi cappelletti, quelli che "come li fa la nonna nessuno". D'autunno mi capita sempre qualcosa da raccontare o qualcos’altro su cui riflettere. Non so perché ma è puntuale come il Natale.
Era un sabato, la notte precedente un acquazzone aveva spazzato via le nuvole e pulito l'aria da nebbie e foschie. E i pomeriggi con un cielo così limpido da poter scorgere gli Appennini all'orizzonte sono l'ideale per fare uno degli ultimi giri in bici. Scendo in strada, salgo in sella e filo via, veloce ma senza fretta, prendo il viale, poi lungo gli argini, pedalo su e giù per la golena. Seguo le ciclabili senza una meta precisa, perso nelle cuffiette dell'iPod e nei cazzi miei, le conosco a memoria quelle stradine, come le mie tasche, o addirittura meglio. Pedalo distratto finché all'improvviso me lo trovo davanti. E mi sorprende, mi coglie alla sprovvista come se si fosse nascosto dietro a un angolo per farmi uno scherzo. Come se non sapessi ch'è lì da prima della guerra.
Inquietante.
Lo trovo inquietante nonostante debba essere ospitale per definizione. Si tratta di una costruzione semplice, compatta, austera, in stile ventennio, col primo piano e il seminterrato intonacati d’un bianco panna ormai sporco, mentre il secondo piano e il sottotetto sono di mattoni rossi, a vista. Le finestre montano imposte di colore verde scuro, sono tutte chiuse. Tutte tranne una sulla facciata, è mezza aperta e sbatte e cigola al vento. Un paio di camini s'arrampicano speculari dai due fianchi fin oltre il tetto dal quale, nel mezzo, spunta una torretta di circa tre metri. Sembra buona solo per ospitare nidi di cicogne e di rondine quella torretta, ché tanto non c'è più nulla da controllare, da tener sott'occhio. Tutto tace. A poche dozzine di metri il fiume scorre lento, infischiandosene. Si sentono solo le chiome degli alberi squassate dal vento e il richiamo di qualche uccello nascosto tra le fronde, i canneti e l'erba alta. La strada che passa di fianco a quell'edificio sembra non degnarsi nemmeno di volgergli uno sguardo. Nascosta com'è da tutto quel fogliame caduto, da tutto quell'autunno. Foglie gialle, rosse e arancioni si mescolano in vortici danzanti: se non fosse per il vento freddo, sembrerebbe di vivere tra i quattro angoli d’una cornice, all'interno di una fotografia scolorita. Una di quelle che ti ricorda i fasti d'un tempo, quando l'occupavano i pontieri che lavoravano lungo le sponde del grande fiume, che allora scorreva appena qualche metro più in là. Dopo di loro, dopo i pontieri del genio civile intendo, ci fu un tentativo di recupero perseverato attraverso qualche decennio, passando di mano in mano e di persona in persona. Tentativi mai troppo convinti. Tentativi spesso abbandonati a sé, se non ostacolati. Di fatto confermati dalla porta d'ingresso chiusa con catena e lucchetto, nonostante il cancello di ferro battuto, che serve per accedere a quella porta sigillata tramite una scaletta, sia stato lasciato aperto. Che sia uno specchio per le allodole per i curiosi come me? Gli scatto una foto, poi risalgo in bici e riprendo a pedalare. Mi lascio alle spalle quell'edificio e quell'ingombrante sentimento d’abbandono e desolazione che l'avvolge ma che allo stesso tempo lo rende a suo modo affascinante.
Si sta alzando la nebbia.
È ora di tornare.

Friday, January 25, 2013

Emilia paranoica

L’Emilia è un catino di personaggi, storie e luoghi (più o meno comuni). Comunisti, compagni, centri sociali, circoli arci, immigrati, froci e lesbiche. Ma anche cattolici, preti, parroci e parrocchie oltreché industriali e borghesi. Senza dimenticare i matti, i tossici e gli alcolizzati che spezzano la monotonia dei piccoli centri. Storie da raccontare: come le mie. Come quelle di tanti altri. Come quelle di chi sogna di andarsene in posti lontani lasciandosi alle spalle, una volta per tutte, zanzare e nebbie. Ma lì, in Emilia – volenti o nolenti – ci si sente a casa.
L’Emilia più profonda – per me – è racchiusa in quel quadrilatero formato da Reggio, Correggio, Carpi e Modena. A un’oretta scarsa di macchina da quel far west di Bologna. La Bolo di un tempo, salotto per artisti ed intellettuali. La Bolo che fu. Perché oggi non è più così.
Da quella vivace Bologna al principato di Correggio andava e veniva un certo Pier Vittorio Tondelli, quel frocio (per usare parole sue), col suo libro d’esordio, Altri libertini, ha tracciato un bel solco nella letteratura moderna italiana. Tra scalpori, scandali e censure è diventato un punto di riferimento per la tutta la scena pulp (ma non solo) degli anni novanta. Più o meno un anno fa, in un mio racconto, scrissi: l’autunno emiliano fa sempre molto anni ‘70/’80. Avevo appena letto un’altra raccolta di Tondelli, l’abbandono, racconti dagli anni ‘80, se non ricordo male. Tra le impressioni di quelle letture, una passeggiata con un’amica per il centro di Carpi, le nebbie, i portici e altri piccoli dettagli arrivai a trarre quella conclusione. Carpi, infatti, è uno di quei posti che fa molto più Emilia di tanti altri.

Tra Carpi e Berlino c’è un legame speciale, perché a Carpi comincia l’autostrada del Brennero: perciò noi consideravamo Carpi la periferia estrema di Berlino.

Parole del “redento” Giovanni Lindo Ferretti, reggiano dell’appennino ed ex militante di lotta continua. Lindo Ferretti a Berlino conobbe un altro reggiano che risponde al nome di Massimo Zamboni. Insieme, nell’81, formarono uno dei gruppi che ha più influenzato la scena punk rock italiana: i CCCP Fedeli alla linea. Quando penso ai CCCP la prima canzone che mi viene in mente è Emilia paranoica: riassume tutto quello che era e tutto ciò che è stato tra l’appennino e il Po in quegli anni. Anni di lotte sociali, droghe, abusi e amori libertini tra  giovani sbandati di provincia, ma soprattutto giovani annoiati.
Oggi sono cambiate le droghe, sono cambiate le condizioni sociali, ma la vita di provincia non sembra cambiata un granché, o sbaglio?

Posso essere uno stupido felice,
un prepolitico, un tossicomane,
quello che se ne va nelle storie d’amore,
camminare leggero soddisfatto di me da Reggio a Parma, da Parma a Reggio, a Modena, a Carpi, a Carpi al Tuwat[1].



[1] Il Tuwat era un centro sociale carpigiano, prese il nome da una manifestazione tenutasi sempre a Berlino nell’81. È la storpiatura tedesca di “do what” e significa, più o meno, “fa qualcosa”.

Friday, January 11, 2013

Rensenbrink: perché?

Il palo di Rob Rensenbrink

Innanzitutto chi è questo Rensenbrink? Pieter Robert “Rob” Rensenbrink (Amsterdam 3/5/’47) è un ex calciatore olandese, ala dell’Anderlecht e della nazionale Orange, con la quale disputò due mondiali (’74 e ’78) e un europeo (‘76). Collezionò 49 presenze con la maglia dell’Olanda, condite da 14 goal. L’“uomo serpente”, così lo chiamavano in patria per i suoi dribbling sguscianti, è ancora oggi famoso per aver colpito un palo, sul punteggio fermo sull’1-1, a pochi secondi dalla fine dei tempi regolamentari, nella finale di coppa del mondo (Argentina ’78) contro i padroni di casa, che poi la chiuderanno nei supplementari 3-1. Chiuse la carriera in Francia, nel Toulouse. A tutti i giornalisti che provarono, negli anni a venire, a intervistarlo Rob si limitò a dire: “per l’Olanda continuerò a prendere il palo tutta la vita”. Oggi si è ritirato a vita privata, vive nella campagna olandese e di calcio non ne vuol più sentir parlare.
Ma allora perché Rensenbrink come l’autore, o meglio la vittima, di uno dei più clamorosi colpi di sfiga della storia (calcistica)? Un perdente di lusso: figura ambigua che mi ha sempre affascinato. O sei perdente o sei di lusso: si può essere entrambi? evidentemente sì, ma la cosa non mi ha mai convinto del tutto.  Da bambino guardavo i cartoni animati: odiavo dal profondo (anzi li odio ancora) Beep-Beep, Titty e Jerry mentre, ovviamente, facevo il tifo per Wil E. Coyote, Gatto Silvestro e Tom; mi piaceva anche Paperino perché era il più sfigato.
Eterni secondi, perdenti (più o meno di lusso), sfigati: tifo per voi. E non potrebbe essere altrimenti.

Wednesday, November 07, 2012

The best is yet to come

Ultimamente vado a dormire agitato, infatti non dormo. Sarà perché ho finito di leggere un paio di libri di Palahniuk – perché non ci siamo mai incontrati prima? – e non ho altre letture. Sarà perché sto rifinendo il mio ultimo racconto. Sarà perché è tornato l’inverno, portandosi dietro le solite abitudini, la solita routine: il doppio lavoro, gli allenamenti, le partite. Ritmi scanditi e fare tutto sempre di corsa. Persino bere una birra.
Almeno ho riscoperto il piacere dell’aperitivo dopo il lavoro, impegni permettendo. Ma ora basta parlare di me: parliamo di attualità. Gli americani hanno scelto: Barack Obama sarà ancora presidente degli Stati Uniti. L’Obama che vince per il suo popolo e anche per l’Europa, non scordiamolo. E ce lo dice lui stesso, in anteprima. Prima delle tv e dei giornali. L’ha fatto su twttier: “This happened because of you” ore 5:14 (23:14 locali). Per poi confermare “Four more years”, con tanto di abbraccio a Michelle. Il cinguettio più rituittàto di sempre. Normale per il presidente più figo della storia.
L’altro giorno ho sfondato il muro dei cento follower su Twitter – tranquilli, sono lo stesso ragazzo di sempre, la notorietà non mi ha dato alla testa.
Cento follower è una goccia nel mare di Obama: ne può vantare 22,7 milioni in questo preciso istante. E non si fermano. Meglio di Obama solo Lady Gaga (31 milioni) e Justin Bieber (29), questo per farci capire che il mondo non è perfetto ma, se vogliamo, dopo “yes, we can” “the best is yet to come”.

Monday, September 24, 2012

Narciso


Attacco di narcisismo che ci sorprende quando meno ce l’aspettiamo.
Il buon Sorez (recentemente definito “uomo di buona volontà”) mi ha chiesto – e io gli ho promesso – di fare il giurato per la finale del contest di giovani band emergenti “Duca Live Festival”. Luogo del delitto, Piazza Virgiliana, Mantova, in un surrogato di notte bianca. A onor di cronaca, la finale si sarebbe dovuta svolgere nel giardino del palazzo ducale di Guastalla, sede dell’estivo del Duca Bianco (dove lavoro). Sarebbe, appunto, perché l’ambiente è ancora inagibile a causa del terremoto. Ma non divaghiamo.
Parto da casa con altri due “colleghi” giurati: il Vitto (musicista, bassista per la precisione) e la Giulia (laureata in musicologia ed organizzatrice di eventi in erba). Arriviamo, parcheggiamo e camminiamo, il tutto in questo preciso ordine. Camminiamo pure tanto ma farlo per e vie di Mantova – diciamolo – è sempre un piacere. Piazza Broletto, Piazza Erbe, Piazza Sordello: un tuffo nel rinascimento. Arriviamo ai giardini di Piazza Virgiliana, al Ranch è quasi tutto pronto. Quel “quasi tutto pronto” convince il Vitto e il sottoscritto a prendere un americano al bancone del bar. E da qui nasce la discussione: perché americano se è fatto con soli ingredienti italiani? Ma non divaghiamo.
Beviamo questo americano dunque, lui non lo sa, ma sarà il primo di una lunga serie che mi lascerà quell’insistente velo di mal di testa nei due giorni successivi, anche adesso che sto scrivendo.
Al tavolo dei giurati conosco Stefano, produttore, titolare dello studio di registrazione Insomnia Records di Reggio Emilia. Se prima avevo qualche dubbio ora ne ho la certezza: non c’entro un cazzo coi giurati. Per questo, ma anche per un attacco di narcisismo che ci sorprende quando meno ce l’aspettiamo, mi qualifico: “Piacere, Cesare, blogger”.
Tra un drink e l’altro il contest scivola via che è un piacere fino alla conclusiva premiazione del vincitore: Mr.Furto & Lady Paccottilla – complimenti per il nome: spettacolare; ma anche per la musica. Mr.Furto & Lady Paccottilla sono un duo (come i White Stripes), composto da marito e moglie (come i White Stripes), lei alla batteria e percussioni, lui alla chitarra o al basso (come i White Stripes) ma che di essere paragonati alla band di Seven Nation Army, giustamente, non ne vogliono sentir parlare. Comunque bravi, tant’è che ho comprato il loro CD e me lo sono fatto autografare. Si sa mai…
Secondi classificati i SettembreAdesso; premio della critica ai Dharma. Personalmente segnalo i Moscova, un sacco potenti, mi sono piaciuti molto. Se non ve ne siete accorti ho messo il link alla pagina facebook di ogni band (basta cliccare sul nome), vi invito a mettere “mi piace” e ad ascoltare la loro musica. Non vi faccio recensioni perché non sono in grado, ma se vi fidate di me, un salto a piedi uniti nelle pagine di questi ragazzi lo dovreste fare.

Friday, June 01, 2012

Scosse

Sono ancora un po' "scosso", lo ammetto: stamattina mi son cagato addosso. Ho paura adesso, ho paura del prossimo. È la prima volta che dormo in macchina. Da solo. Durante la settimana. Per adesso non va poi così male. Ci sono dei vicini in giardino. La tirano lunga con le chiacchiere, chissà perché. Qua a Guastalla hanno chiuso alcune vie del centro e sfollato qualche vecchio palazzo, soprattutto quelli vicini a chiese. Ne vedo tante in giro di tende piantate nei giardini. C’è anche chi dorme nei camper e nelle roulotte. In via Spagna hanno allestito una tendopoli. Dopo aver parcheggiato di fianco alla siepe, spengo il motore ma lascio accesa la radio. Mi spoglio, rimango in braghette e maglietta. Sfilo il sacco a pelo, lo stendo - per quanto possibile - lo apro e mi infilo dentro. Come cuscino uso il modulo per fare gli addominali ad allenamento, tutto arrotolato su se stesso, ci appoggio la testa su. Funziona. Provo a dormire, ma c'è una cazzo di zanzara che mi ronza in un orecchio. Sarà una notte lunga, tremendamente lunga. Finalmente ho trovato la posizione giusta sui sedili dietro. Mi viene caldo, poi freddo. Mi muovo dalla posizione comoda e sono daccapo. I vetri sono tutti appannati, come quando... Ecco! Però il motivo è ben distante. Insomma alla fine ce l'ho fatta a dormire, è arrivata l'alba, le prime luci mi svegliano: mi copro gli occhi con la visiera di un cappello tutto scolorito, che nemmeno mi ricordavo di avere, ma per fortuna ho trovato tra i sedili della macchina. Mi riaddormento. E vado avanti a dormire - sempre un po' scomodo, incastrato tra i sedili posteriori - finché non suona la sveglia. Impossibile dire di aver riposato, però sempre meglio che una notte completamente in bianco. Ah aggiungo che non mi sembra di aver avvertito scosse.
La mattina, al lavoro, non connetto ma ci provo. Siamo tutti paranoici, se cade una biro in terra schizzano tutti per aria. La tv, internet, i giornali non aiutano: ci dicono che abbiamo una bomba sotto il culo e che si muove dritta verso di noi. Dopo pranzo vado a Po, sono stravolto. Chiamo al lavoro e dico: spegnetemi il pc perché oggi non vengo. Mi sdraio su una panchina e mi addormento al sole. Mi ha fatto bene. Mi ha sciolto un po' i nervi. Torno a casa mi cambio mi do una rinfrescata veloce ed esco in bici. Torno a casa una seconda, cago, faccio la doccia e ceno. Ceno in casa. Poi esco. Anche stasera dormo in macchina, i miei non vogliono salire in casa. Mi chiedo: per quanto andrà avanti? Quante notti dovremo passare in macchina o in tenda? Quando ci decideremo a dormire in casa? Se non ci saranno scosse per una settimana? E se arriva tra un mese? Un anno? Cosa cambia stare in casa di giorno e dormire fuori di notte? Dicevo, dormo in macchina ancora, controvoglia. Alle sei entra l’alba tra i vetri appannati, ho il gancio della cintura piantato in un rene e c’è un’umidità pazzesca. Se sfessuro i finestrini entrano le zanzare. Fanculo. Salgo in casa, mi stendo sul letto. Alle sette mi sveglio e vado al lavoro. È la terza sera e i miei piantano la tenda da campeggio in giardino. Quattro posti con materassino ad aria. Bellissima. Nuova di pacca. Comoda. Mi rifiuto di dormirci. Dormo a casa di un amico. Finalmente un letto vero. Finalmente dormo. Finalmente è venerdì, stasera uscirò, berrò qualcosa e, se mi va, dormo su una panchina facendomi pare su questa figa o quell’altra.

Sunday, October 16, 2011

GameOver


Oggi si parla tanto di vergogna, di giorno della vergogna, del dayafter, dei sanguinosi fatti di roma...
In uno stato che continua a votare un mafioso pedofilo che preferisce andare a troie piuttosto che preoccuparsi del paese, dove il costo della politica è il più alto d’europa, dove le forze dell’ordine sono complici, sì complici, dei furti dello stato ai danni dei contribuenti. Insomma, in tutto questo io mi dovrei vergognare di un pomeriggio di guerriglia urbana in centro a roma? Un giorno finirete tutti appesi per il collo, ve lo auguro.
E così s'è scelto di non parlare di chi, civilmente, cercava di esprimere tutto il proprio dissenso nei confronti di uno stato che fa ridere, per non dire peggio.


In alto: Roma 15/10/2011 SCONTRI VIOLENTI LACRIMOGENI e IDRANTI Piazza San Giovanni
foto Salmoirago - fotografo: salmoirago SPECIALI_CORRIERE

Friday, July 01, 2011

6 luglio 2011

6 luglio 2011. In TV e sui giornali, ovviamente, nessuno ne parla, ma questa data è diventata molto popolare tra i naviganti e gli appassionati di internet. Non si tratta un appuntamento alternativo con la fine del mondo, ma una piccola analogia col 2012 c’è: il 6 luglio segnerà la fine del web italiano. Ovviamente nessuno verrà a staccare i modem e i router dalle nostre case, ma sarà una sorta di censura al web. Il 6 luglio entrerà in vigore una delibera di AGCOM (Autorità per le Garanzia nelle Comunicazioni) sulla tutela e del copyright online. Una norma inesistente in tutti i paesi liberi. Il rischio, che è ormai una realtà, è quello di un controllo arbitrario e pressoché totale sui siti, con l'aggiunta della possibilità, da parte di AGCOM, di costringere i provider a chiudere pagine considerate direttamente o indirettamente connesse a pirateria audiovisiva. Ovviamente c’è lo zampino di Berlusconi e di Mediaset dietro tutto questo. Con questa delibera infatti potranno rendere il web sempre più simile al loro mercato di competenza. Infatti basterebbe una denuncia per far chiudere pagine web o addirittura interi siti internet. Una chiusura immediata e senza contraddittorio. Solo in seguito i gestori potranno far valere le proprie ragioni, ma la faccenda resterebbe quantomeno complessa. Perché? Ad esempio se io utente caricassi su qualche sito un contenuto e quel contenuto venisse giudicato da AGCOM lesivo dei diritti d'autore, non sarei più io, singolo utente, a dovermi difendere, ma sarà il gestore del sito su cui ho caricato quel contenuto. Si pensi solo ai forum o ai blog, ed il caos che ne conseguirebbe. Tutto ciò stride pesantemente con l’idea di internet come luogo libero, democratico e direttamente utilizzabile da qualunque singolo utente.
Chissà, magari un giorno oscureranno anche questo blog. Nel frattempo un altro piccolo passo verso la dittatura sta per essere compiuto…

Wednesday, June 22, 2011

Los Indignados

Chi sono?È la "generación perdida" dei giovani spagnoli che non vedono prospettive per il loro futuro. Sono soprattutto studenti che non individuano sbocchi professionali, disoccupati, sottoccupati, precari, "mileuristas" (persone che guadagnano mille euro al mese, se non meno), ma anche chi ha un lavoro e teme di perderlo. Questi ragazzi sono chiamati "Los indignados" (gli indignati), prendendo in prestito il titolo del fortunato pamphlet "Indignatevi!" del 93nne francese Stéphane Hessel. Ma il loro vero nome è "Movimiento 15-M", dal 15 maggio, il giorno in cui è nata la protesta.L'ispirazione viene dalla rete, dalla piattaforma Democracia Real Ya e da iniziative promosse e diffuse attraverso i social network. C'è qualche somiglianza con la primavera araba (con tutte le differenze che corrono tra un interlocutore istituzionale democratico e uno dispotico), con il maggio francese e con le proteste di piazza sviluppatesi nei mesi scorsi nell'Islanda del crack finanziario, in Grecia (in ginocchio per il debito) e in Portogallo. Ma ci sono analogie anche con il "popolo viola" nato dal blog di Beppe Grillo e sviluppato nella rete. Solo che il movimento spagnolo non ha un ideologo-guru-leader e ha un più forte connotato sociale, perché la crisi economica iberica ha come grave corollario un tasso di disoccupazione del 21% (che sale, tra i giovani, a uno sconfortante 45%).
Cosa vogliono?
Si dichiarano apartitici. Vogliono una riforma del sistema elettorale (ora in Spagna c'è una sorta di proporzionale a base provinciale, con listini chiusi dei vari partiti: un sistema che premia PSOE, PP e i movimenti politici regionalisti provvisti di forte radicamento locale; e penalizza invece i partiti minori di ambito nazionale). Rifiutano quindi il
monopolio della politica da parte dei due partiti maggiori (il Partido socialista obrero espanol e il Partido popular). Ovvero sono contro l'oligarchia del bipartitismo e per una democrazia partecipata. Vogliono l'abolizione di leggi ingiuste, l'esclusione degli indagati dalle liste elettorali (ce ne sono molti sia a destra che a sinistra), la lotta alla corruzione e il divieto di finanziamento ai partiti. Accanto a ciò, dalla piazza, si alzano richieste di carattere sociale ed economico, sostenendo fermamente quelli che chiamano i diritti di base: casa, lavoro, cultura, sanità e istruzione.



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