Chi sono?
È la "generación perdida" dei giovani spagnoli che non vedono prospettive per il loro futuro. Sono soprattutto studenti che non individuano sbocchi professionali, disoccupati, sottoccupati, precari, "mileuristas" (persone che guadagnano mille euro al mese, se non meno), ma anche chi ha un lavoro e teme di perderlo. Questi ragazzi sono chiamati "Los indignados" (gli indignati), prendendo in prestito il titolo del fortunato pamphlet "Indignatevi!" del 93nne francese Stéphane Hessel. Ma il loro vero nome è "Movimiento 15-M", dal 15 maggio, il giorno in cui è nata la protesta.L'ispirazione viene dalla rete, dalla piattaforma Democracia Real Ya e da iniziative promosse e diffuse attraverso i social network. C'è qualche somiglianza con la primavera araba (con tutte le differenze che corrono tra un interlocutore istituzionale democratico e uno dispotico), con il maggio francese e con le proteste di piazza sviluppatesi nei mesi scorsi nell'Islanda del crack finanziario, in Grecia (in ginocchio per il debito) e in Portogallo. Ma ci sono analogie anche con il "popolo viola" nato dal blog di Beppe Grillo e sviluppato nella rete. Solo che il movimento spagnolo non ha un ideologo-guru-leader e ha un più forte connotato sociale, perché la crisi economica iberica ha come grave corollario un tasso di disoccupazione del 21% (che sale, tra i giovani, a uno sconfortante 45%).
È la "generación perdida" dei giovani spagnoli che non vedono prospettive per il loro futuro. Sono soprattutto studenti che non individuano sbocchi professionali, disoccupati, sottoccupati, precari, "mileuristas" (persone che guadagnano mille euro al mese, se non meno), ma anche chi ha un lavoro e teme di perderlo. Questi ragazzi sono chiamati "Los indignados" (gli indignati), prendendo in prestito il titolo del fortunato pamphlet "Indignatevi!" del 93nne francese Stéphane Hessel. Ma il loro vero nome è "Movimiento 15-M", dal 15 maggio, il giorno in cui è nata la protesta.L'ispirazione viene dalla rete, dalla piattaforma Democracia Real Ya e da iniziative promosse e diffuse attraverso i social network. C'è qualche somiglianza con la primavera araba (con tutte le differenze che corrono tra un interlocutore istituzionale democratico e uno dispotico), con il maggio francese e con le proteste di piazza sviluppatesi nei mesi scorsi nell'Islanda del crack finanziario, in Grecia (in ginocchio per il debito) e in Portogallo. Ma ci sono analogie anche con il "popolo viola" nato dal blog di Beppe Grillo e sviluppato nella rete. Solo che il movimento spagnolo non ha un ideologo-guru-leader e ha un più forte connotato sociale, perché la crisi economica iberica ha come grave corollario un tasso di disoccupazione del 21% (che sale, tra i giovani, a uno sconfortante 45%).
Cosa vogliono?
Si dichiarano apartitici. Vogliono una riforma del sistema elettorale (ora in Spagna c'è una sorta di proporzionale a base provinciale, con listini chiusi dei vari partiti: un sistema che premia PSOE, PP e i movimenti politici regionalisti provvisti di forte radicamento locale; e penalizza invece i partiti minori di ambito nazionale). Rifiutano quindi il monopolio della politica da parte dei due partiti maggiori (il Partido socialista obrero espanol e il Partido popular). Ovvero sono contro l'oligarchia del bipartitismo e per una democrazia partecipata. Vogliono l'abolizione di leggi ingiuste, l'esclusione degli indagati dalle liste elettorali (ce ne sono molti sia a destra che a sinistra), la lotta alla corruzione e il divieto di finanziamento ai partiti. Accanto a ciò, dalla piazza, si alzano richieste di carattere sociale ed economico, sostenendo fermamente quelli che chiamano i diritti di base: casa, lavoro, cultura, sanità e istruzione.

Si dichiarano apartitici. Vogliono una riforma del sistema elettorale (ora in Spagna c'è una sorta di proporzionale a base provinciale, con listini chiusi dei vari partiti: un sistema che premia PSOE, PP e i movimenti politici regionalisti provvisti di forte radicamento locale; e penalizza invece i partiti minori di ambito nazionale). Rifiutano quindi il monopolio della politica da parte dei due partiti maggiori (il Partido socialista obrero espanol e il Partido popular). Ovvero sono contro l'oligarchia del bipartitismo e per una democrazia partecipata. Vogliono l'abolizione di leggi ingiuste, l'esclusione degli indagati dalle liste elettorali (ce ne sono molti sia a destra che a sinistra), la lotta alla corruzione e il divieto di finanziamento ai partiti. Accanto a ciò, dalla piazza, si alzano richieste di carattere sociale ed economico, sostenendo fermamente quelli che chiamano i diritti di base: casa, lavoro, cultura, sanità e istruzione.

