Friday, December 09, 2011

9/12


Come sempre mi piace spiegare prima un po' di cose, ad esempio il titolo (9/12 cioè oggi) è semplicemente una dedica e si incastra perfettamente in quel periodo descritto tra novembre e Natale.
Non sapevo che nome dare al protagonista, e non gli davo nemmeno troppa importanza, d'altronde un nomeè solo un nome. All’inizio volevo chiamarlo Johnny o Jimmy: perché quando non sai come chiamare qualcuno ti viene da dargli un nome fittizio. E di solito è uno dei due. (“Hey Johnny, vé ché”). Poi mi è venuto in mente il secondo romanzo di Brizzi: Bastogne. Ecco, qui salta fuori un personaggio, Cousin Jerry Claypool, che è un po’ il più figo, e sa il fatto suo, sicuramente più di questo Jerry di cui scrivo brevemente le disgrazie.
«“C’è un ordine che premia i più ubbidienti”, diceva Cousin Jerry, “ma noi siamo stati chiamati a partecipare a un’altra festa.”»
Lui la usava per giustificare la violenza, io l’ho presa in prestito semplicemente perché si adatta alla situazione di questo personaggio, che non si riconosce e a suo malgrado fugge dagli stereotipi e dalla normalità della provincia (e che la provincia impone). E non volevo essere banale scopiazzando il discorso di Mark Renton in Trainspotting.

Sudato in un letto freddo e anonimo, con qualche crosta sulle lenzuola a testimoniare scopate, seghe e sbornie passate finite in lividi, in tagli e in abrasioni. Sul comodino qualche cartina, un posacenere che non svuotava da un po’ e un piattino di metallo lucido con dei rimasugli di tabacco; oltre a una luce pallida che illuminava la parete color panna. Per terra, dei cadaveri di birra da poco tenevano d’occhio un paio di scarpe e a una camicia a quadri buttata lì, alla cazzo, sul pavimento. Neanche una radio a fargli compagnia. Neanche una piantina per raddoppiare la vita nella stanza. Si sentiva così Jerry: solo e folle, ma terribilmente romantico. Perlomeno romantico a modo suo.

Non molto indietro nel tempo si sentiva uno sfigato, Jerry, passare le serate chiuso in camera, a letto con le gambe per aria guardando il soffitto attraverso le fessure delle dita dei piedi. Cercando di afferrare liane e rami immaginari nell’aria, in una jungla di pensieri, e pensando che se fosse stato uno scimpanzé in Africa sarebbe stato tutto più semplice.
Si sentiva uno sfigato, Jerry, ma non senso di sfortunato, proprio nel senso di sfigato: perdente, coglione. Passava anche le sue giornate così, a farsi dei viaggi. A non fare un cazzo. Non gli interessava più niente al di fuori di Lei. Ormai non provava più interesse per nient’altro, né amici, né lavoro, né calcio, né musica: tutto un mucchio di attività vuote e noiose, da svolgere solo per arrivare in fondo alla giornata. “Stronzate…”, diceva. Ma la verità era una sola: da quando l’aveva conosciuta non era più lui, e ogni giorno cambiava quel poco per far sì che oggi fosse completamente un altro.

Non era più felice, Jerry; non aveva più entusiasmo e non faceva nulla per nasconderlo. Però – perché c’è sempre un però – era felice con Lei. Solo con Lei. Ma non capiva una cosa, anzi non ci arrivava proprio. Non si rendeva conto che Lei l’aveva portato dentro un incubo. Jerry era (come) un eroinomane: ciò che gli dava felicità in realtà lo uccideva un poco alla volta. Ma lui non si sentiva un drogato del cazzo. No, lui no, Jerry non era mica al SeRT, aveva una vita lui. Aspettava tutto il tempo quel fottuto appuntamento, e quei sfottuti momenti con Lei gli bastavano sempre meno. E subito dopo averla lasciata andare già gli mancava, e stava peggio di prima. (Come) un eroinomane in una crisi d’astinenza. E scappava di casa per andare da Lei. Ed era arrivato al punto di rubare i soldi in casa per andare con Lei. Né sua madre né i suoi amici sapevano più che fare.
Jerry viveva con sua madre Anna, una bella donna di mezz’età, divorziata, titolare di un bar in paese, proprio sotto casa. Sua madre si faceva il culo, ma guadagnava abbastanza per non farsi mancare niente. Suo padre stava chissà dove, forse se n’era tornato a Roma; la provincia non faceva per lui, così gli mandava qualche soldino ogni tanto, oltre agli auguri per Natale e il compleanno, per sentirsi a posto con la coscienza.

Non era più l’adolescente spensierato di una volta, Jerry. A diciassette anni aveva mollato la scuola, “studiare non fa per me”, ammise. E iniziò a lavorare in fabbrica, anche perché voleva uscire di casa al più presto “quanto mi sta addosso mia madre?”. Il motorino non lo usava più per trovarsi alle quattro in piazzetta o in bar con gli amici, per poi andare a fare le corse su e giù per le vie di campagna. La mattina presto saliva in sella e si faceva quei cinque gelidi kilometri per andare in officina. Con un freddo cane e la nebbia che ti entrava nelle ossa perforando la giacca, i vestiti e la pelle. Dove abitava, l’autunno e l’inverno erano proprio una brutta bestia. Non l’aveva mai detto, eppure quel periodo tra novembre e Natale gli piaceva un sacco. L’autunno emiliano fa sempre molto anni ‘70/’80. Non so perché, ma sembra che tra circoli ARCI e portici il tempo si fermi. Passeggiando in centro, nella nebbia, sul porfido bagnato dalla guazza, si ha sempre l’impressione che possa accadere qualcosa, all’improvviso; poi non succede nulla e tutto rimane lì, immobile tra il grigio e il bianco. Ma te lo aspetti. Sempre.
Fu così che la vide per la prima volta, spuntò da quel bianco, era con amici di amici, e sembravano divertirsi molto. Gliela presentarono e da allora…

Sudato in un letto freddo e anonimo – dicevamo – Jerry buttò giù un altro goccio, strinse la fibbia coi denti e premette con decisione sullo stantuffo.
L’ultimo orgasmo nel buio.
Lo trovarono così, un paio di giorni dopo.

Sunday, October 16, 2011

GameOver


Oggi si parla tanto di vergogna, di giorno della vergogna, del dayafter, dei sanguinosi fatti di roma...
In uno stato che continua a votare un mafioso pedofilo che preferisce andare a troie piuttosto che preoccuparsi del paese, dove il costo della politica è il più alto d’europa, dove le forze dell’ordine sono complici, sì complici, dei furti dello stato ai danni dei contribuenti. Insomma, in tutto questo io mi dovrei vergognare di un pomeriggio di guerriglia urbana in centro a roma? Un giorno finirete tutti appesi per il collo, ve lo auguro.
E così s'è scelto di non parlare di chi, civilmente, cercava di esprimere tutto il proprio dissenso nei confronti di uno stato che fa ridere, per non dire peggio.


In alto: Roma 15/10/2011 SCONTRI VIOLENTI LACRIMOGENI e IDRANTI Piazza San Giovanni
foto Salmoirago - fotografo: salmoirago SPECIALI_CORRIERE

Wednesday, August 31, 2011

Barcellona, un anno dopo.

E rieccomi qua, un anno dopo. Barcellona mi sembra sempre la stessa: solito miscuglio di gente, i lavori alla Sagrada che non vanno avanti, e i turisti con la maglia del Barça. È giovedì, per le 18 mi becco col Checco - l'ho trovato proprio bene - per metterci d'accordo sulla serata. Torno al suo piso 2.1 in Calle Valencia 470: quello invece lo trovo cambiato. Anche la sua stanza non è più quella dell'anno scorso, dorme in una camera più bella e più grande, dove dormiva la Silvia un anno fa; però regna il disordine e si sente l'effetto stalla - apri le finestre ogni tanto! Saluto con piacere Fausto e la Patti, e conosco i nuovi coinquilini: Hanna, californiana di San Francisco e Vanessa, una studentessa spagnola; conosco anche Angelo e Fernando, due ragazzi gay che vivono nel piso 2.2, e - a quanto pare - se la spassano anche. Quest'anno dormo nell'ostello della Patti, in Carrer Lepanto 266, a 50 metri dagli altri. Io e la Fede (la mia compagna di viaggio) dividiamo l'ostello con una coppia di cechi. E spuntano anche due tedeschi coi quali in qualche modo comunichiamo. C'è un bel viavai, la cosa inizia a farsi interessante...
Usciamo io la Fede e Checco, andiamo un baretto vicino su per Carrer Lepanto, ci facciamo tre birrette a testa e qualche bravas. Prendiamo la metro e ce ne andiamo a spasso per il Raval. Ci fermiamo nel bar di un cinese,  mangiamo una specie di bruschetta lomo y queso e l'accompagniamo con la sangria. Iniziamo a discutere col cinese di calcio, è abbastanza amichevole e così ci facciamo un chupito io, il Checco e il barista. Salutiamo e andiamo. Prendiamo un coca e rum (el Brugal) da un pamjabi o un paki, e finisco anche quello della Fede che era abbastanza diffidente dal bere qualsiasi cosa in quel posto. E ancora via, in un altro posto buio lungo stretto e pieno di gente dove prendiamo una caipirinha con la cachaça a tre euro. Adesso sì, siamo sbronzi duri e io non dormo da praticamente quaranta ore, così ci avviamo verso casa tra una stronzata e l'altra.

Que resaca hoy! Mi sveglio da solo, la Fede è andata a fare il tour fotografico. Mi sembra di avere un chiodo che entra nella tempia sinistra ed esce in mezzo al cranio. Guardo il cellulare, tre chiamate perse del Checco. Lo richiamo "andiamo al mare, passo lì giù da te tra un quarto d'ora" mi vesto, faccio la borsa e lo aspetto. Quando gli apro la porta, dopo aver realizzato, ci mettiamo a ridere: abbiamo gli stessi occhiali, la stessa maglietta del Fridaynight arancione e la stessa faccia da resaca. Mi tira uno schiaffo "vatti a cambiare che sembriamo due froci!". Mentre aspettiamo il bus per Barceloneta mi accorgo di avere una bolla su un braccio, rendo lo schiaffo a Checco "che merda, mi hai spento una paglia su un braccio stanotte!" "ma se ho smesso di fumare". Ci cagiamo in spiaggia e facciamo un bagnetto per riprenderci. Dopo un paio d'ore di spiaggia ci spostiamo su per la rambla del poble nou, la vera rambla di Barcellona, quella preferita dai catalani. Mangiamo un panino e beviamo tre birre in un bar prima di tornare a casa a piedi. Al piso del Checco conosco Bruno. Bruno è un ragazzo brasiliano, sulla trentina ex modello di Abercrombie, si sente tantissimo che è brasiliano, è molto amichevole e mi è subito simpatico. Inizia a llover... me ne vado a casa sotto la pioggia per la siesta. Apro la porta e mi trovo davanti una gran brutta figa tardona, faccio spallucce e vado a farmi una doccia. Aspetto che torni la Fede e che si sistemi, poi esco. Esco da solo. Ceno in un bar, prendo un bocadillo becon y queso, delle bravas e un paio di birre. In tivù fanno vedere il Barça: c'è la supercoppa europea contro il Porto. Parlo di calcio col barista grassone - assomiglia un po' a Rafa Benitez -  e ci litigo, non sopporto la loro arroganza calcistica.
"Messi? be' è il migliore del mondo"
"ok, ci sta"
"Xavi e Iniesta? be' è il centrocampo più forte del mondo"
"vale, ma la difesa? Valdes non sarà mica il più forte portero del mondo"
"be' è della cantera, quindi..."
Insopportabili. Pago saluto e vado. Salgo al piso del Checco, mi parla di una festa in un appartamento dalle parti di Plaça Universitat "al primero del 518, ricordati!". Ci facciamo due cocarum in casa. Parlo di calcio anche con Bruno (l'unico brasiliano scarso a giocare a calcio, così mi dicono), e mi offre due birre. L'avevo detto che era simpatico. Devo raggiungere la Fede per darle le chiavi e tornare dal Checco alla festa. E qui inizia un bel viaggio per Barcellona e per la sua metro. La Fede è dalle parti dell'Apolo, al Raval. Arrivo alla metro e la perdo di un soffio, mi tocca aspettare altri sette minuti e passa. Finalmente arriva, ma devo cambiare linea e perdo anche l'altra. Non sembra la mia serata, aspetto seduto vicno a quattro tedesche davvero brutte. Arriva anche questo trenino, salgo e mi siedo. Vicino a me si siedono quattro tipi sbronzi duri. Mi sembrano portoghesi o qualcosa di simile, hanno delle borsine di plastica piene di lattine di birra, me ne offrono una. Non rifiuto, ma la pulisco bene con la maglietta prima di bere. Arrivo all'Apolo, entro e prendo da bere. Non trovo la Fede e ho pure esaurito il credito nel cellulare. Finalmente mi manda un messaggio: sono al Sidecar in Plaça Reial. Mi sto proprio incazzando. Prendo un taxi: "hola, saidcar porfavor..." "que?" "perdona, el sidecàr". Capra! Finalmente trovo la Fede. Conosco un nuovo Checco, trentacinquenne veronese trapiantato a Roma. L'altro Checco l'ho definitivamente perso, mi ricordo solo il civico: 518. Prendo una birra. Il Checcodiverona mi offre un mojito e un cocarum, mi è già simpaticissimo. Passo la serata con loro al Sidecar, che è molto Temporock come musica. Si fa tardi e me ne torno a casa con la Fede in taxi. Parlo col taxista, mi piace parlare coi taxisti. Piscio contro il cancello della Sagrada e vado a letto.

Mi sveglio tardi, vado dritto dal Checco. Mi apre l'amica tedesca dell'Hanna, della quale ignoro tuttora il nome. Checco dorme, decido di non svegliarlo e me ne esco per i fatti miei. Mangio al mac, prendo la viola e scendo a Passeig de Gracia. E me la faccio tutta da Plaça Catalunya fino alla Diagonal. Mentre torno indietro compro una calamita da frigo per il Sorez e la Gazzetta dello Sport: due cose da italiano medio. Vado in centro dalla cattedrale di Sant'Eutalia, faccio una tappa al negozio della Vans lì vicino. Giro un'oretta per il centro finché non sbuco in Plaça Reial. Torno dalla metro per la rambla, ci sono degli americani che si fanno inculare 50 euro alla volta al gioco delle tre carte (che popolo di imbecilli). In metropolitana penso a quanto si sta bene a farsi i cazzi propri senza dover render conto a nessuno, non dover salutare nessuno, non conoscere nessuno, uscire spettinato e con le braghe e la maglietta e gli occhi stropicciati senza essere giudicato da nessuno. Torno alla Sagrada e ci giro intorno: non l'avevo ancora fatto. Imponente è imponente, ma ha un'architettura che io, da profano, non capisco; forse perchè non me ne sono mai davvero interessato. Faccio un giro anche per il barrio, voglio una birra dal grassone di ieri sera ma è chiuso, pazienza. Mi infilo in un altro bar e prendo una caña pequeña: mi beccano subito che sono italiano. Prima di cena incontro il Checco per strada, ci facciamo tre birre in due e ce la raccontiamo un po'. Ceno al Burger King per fare pari col pranzo al Mac, giro per il barrio e mi guardo Granada - Betis nel bar vicino a quello del grassone di ieri, e secco un paio di Estrella. Torno in Calle Valencia e becco il Checco con Bruno e altri ragazzi, vanno da Miguel, un loro amico cileno, ci parlo un po' è superamichevole anche lui ed è contento che sia interista perchè era la squadra di Ivan Zamorano. Giro un po' con loro poi mi rompo, non sono soddisfatto, così vado a raggiungere la Fede e il Checcodiverona. Abbiamo appuntamento al Razzmatazz. Prendo la metro, devo prendere la rossa fino a Marina. Saranno le due e mezza passate. Arrivo facilmente al Razzmatazz, c'è pieno di stranieri: pochi italiani per fortuna. Prendo da bere e giro intorno finché non trovo gli altri. Prendo un altro cocarum e mi metto a guardare una zozza sul cubo che fa vedere le tette. Verso le cinque usciamo, non ho più un euro, prendiamo un taxi (che pagherà la fede) e torniamo a casa.

L'ultimo pomeriggio lo passo col Checco, finalmente trovo un kebabbaro: non avevo ancora mangiato un kebab in tre giorni che ero a Barcellona. Ci scoliamo tre birre e andiamo in giro per Gracia, il quartiere più catalano di Barcellona, ci sono un sacco di bandiere della Catalunya Llure appese ai balconi. Mentre passeggio penso a Barcellona: è come una bellissima ragazza che ti faresti e rifaresti, ma sai che non ci staresti mai, che con lei non durerebbe. Al 470 di Calle Valencia saluto il Checco, appuntamento a Natale, ma in Italia stavolta. Torno all'ostello, una rinfrescata veloce e sono pronto a tornare. Nos vemos pronto Barcellona!

Monday, July 18, 2011

mi.spogli.il.panico


Qualche considerazione. Il titolo l’ho preso in prestito dal testo di una canzone dei Verdena che mi piace molto: Nova. Forse non c’entra un cazzo, ma secondo qualche mio ragionamento contorto ci sta. E comunque non devo rendere conto a nessuno di questa scelta.
Questo racconto l’avevo scritto circa nove mesi fa, non aveva un titolo ed era diverso, soprattutto nella forma. Infatti mi faceva cagare. Infatti dopo un po’ l’ho cancellato. Una decina di giorni fa ho deciso di riscriverlo, seguendo la traccia di quello che mi ricordavo dal precedente e un’ispirazione forse nemmeno troppo casuale.
Quello che segue è il risultato…

È la prima volta che metto piede in casa sua. Ha una camera bellissima, proprio come me la immaginavo, con i poster alle pareti e le sue foto e le sue poesie e i testi delle sue canzoni preferite.

“Perché tu sai come farmi uscire da me,
dalla gabbia dorata della mia lucidità;
e non voglio sapere quando come e perché questa meraviglia alla sua fine arriverà.
Musa: ispirami
Musa: proteggimi”
[Musa, Marlene Kuntz]

È seduta a gambe incrociate sul letto sfatto. Con le mani si tiene le caviglie, poi, con un gesto timido ma sicuro, si mette a posto la molletta nei capelli. È bellissima. E dannatamente eccitante. Mi parla. Mi parla di lei, delle sue passioni, di quello che le piace: la musica, i libri, le poesie… ne ha tanti di libri in camera. Mettiamo su un po’ di musica. E mi invita a sedermi facendosi un po’ più in là tra i cuscini e le lenzuola stropicciate.
Seduto di fianco a lei non sento più niente, come se mi avessero spento i sensi. Non resisto – e chi potrebbe, chi le resisterebbe? Sarebbe il peggior crimine che si possa commettere.
Così le prendo la mano, le accarezzo il viso – com’è morbida… – la bacio – che buon sapore ha… Mi massaggia le labbra con lingua, mentre l’accarezzo, mentre l’abbraccio, mentre la spoglio con una decisa dolcezza.
Scopro che la passione ha un nome e un cognome.
Ci corichiamo sul letto, le bacio il collo e poi salgo su con la lingua fino al mento. Ci baciamo ancora. Con le mani le alzo i seni e li massaggio e li bacio e li lecco, prima uno poi l’altro e poi ancora e ancora. E poi scendo. Con la lingua che non si stacca dal suo corpo, arrivo a quella pancia piatta e morbida che mi fa impazzire. Le bacio l’ombelico. La giro e le mordo piano il sedere sodo, e lo bacio e ancora lo mordo mentre lei si spettina, e stringe le lenzuola fra i denti e si aggrappa con la mano al cuscino. Chissà dov’è volata la molletta… La sollevo un po’ e con le dita le apro le labbra come un bambino curioso che spia da dietro una tenda. Passo la lingua in un fiume di lava incandescente. Così entro in lei, e il suo calore entra in me. Lo sento spargersi in me, avvolgermi: siamo una cosa sola adesso. Siamo un solo corpo che segue lo stesso ritmo, siamo una sola voce. E sento che sto per venire e sento che ci siamo quasi e sento quella cazzo di sveglia che suona.
FANCULO!
M’è successo ancora, l’ho sognata di nuovo. Sono le fottute sette di un fottuto giovedì mattina qualsiasi. Mi sveglio e mi alzo dal letto col cazzo in tiro. E, già di prima mattina, borbotto un “porcodio” sordo tra me e me, o qualcosa di simile. Ma non serve, la delusione non passa, anzi. Non ho neanche la voglia di masturbarmi, sarebbe come dargliela vinta. E mi sento già abbastanza perdente oggi.

Friday, July 01, 2011

6 luglio 2011

6 luglio 2011. In TV e sui giornali, ovviamente, nessuno ne parla, ma questa data è diventata molto popolare tra i naviganti e gli appassionati di internet. Non si tratta un appuntamento alternativo con la fine del mondo, ma una piccola analogia col 2012 c’è: il 6 luglio segnerà la fine del web italiano. Ovviamente nessuno verrà a staccare i modem e i router dalle nostre case, ma sarà una sorta di censura al web. Il 6 luglio entrerà in vigore una delibera di AGCOM (Autorità per le Garanzia nelle Comunicazioni) sulla tutela e del copyright online. Una norma inesistente in tutti i paesi liberi. Il rischio, che è ormai una realtà, è quello di un controllo arbitrario e pressoché totale sui siti, con l'aggiunta della possibilità, da parte di AGCOM, di costringere i provider a chiudere pagine considerate direttamente o indirettamente connesse a pirateria audiovisiva. Ovviamente c’è lo zampino di Berlusconi e di Mediaset dietro tutto questo. Con questa delibera infatti potranno rendere il web sempre più simile al loro mercato di competenza. Infatti basterebbe una denuncia per far chiudere pagine web o addirittura interi siti internet. Una chiusura immediata e senza contraddittorio. Solo in seguito i gestori potranno far valere le proprie ragioni, ma la faccenda resterebbe quantomeno complessa. Perché? Ad esempio se io utente caricassi su qualche sito un contenuto e quel contenuto venisse giudicato da AGCOM lesivo dei diritti d'autore, non sarei più io, singolo utente, a dovermi difendere, ma sarà il gestore del sito su cui ho caricato quel contenuto. Si pensi solo ai forum o ai blog, ed il caos che ne conseguirebbe. Tutto ciò stride pesantemente con l’idea di internet come luogo libero, democratico e direttamente utilizzabile da qualunque singolo utente.
Chissà, magari un giorno oscureranno anche questo blog. Nel frattempo un altro piccolo passo verso la dittatura sta per essere compiuto…

Wednesday, June 22, 2011

Los Indignados

Chi sono?È la "generación perdida" dei giovani spagnoli che non vedono prospettive per il loro futuro. Sono soprattutto studenti che non individuano sbocchi professionali, disoccupati, sottoccupati, precari, "mileuristas" (persone che guadagnano mille euro al mese, se non meno), ma anche chi ha un lavoro e teme di perderlo. Questi ragazzi sono chiamati "Los indignados" (gli indignati), prendendo in prestito il titolo del fortunato pamphlet "Indignatevi!" del 93nne francese Stéphane Hessel. Ma il loro vero nome è "Movimiento 15-M", dal 15 maggio, il giorno in cui è nata la protesta.
L'ispirazione viene dalla rete, dalla piattaforma Democracia Real Ya e da iniziative promosse e diffuse attraverso i social network. C'è qualche somiglianza con la
primavera araba (con tutte le differenze che corrono tra un interlocutore istituzionale democratico e uno dispotico), con il maggio francese e con le proteste di piazza sviluppatesi nei mesi scorsi nell'Islanda del crack finanziario, in Grecia (in ginocchio per il debito) e in Portogallo. Ma ci sono analogie anche con il "popolo viola" nato dal blog di Beppe Grillo e sviluppato nella rete. Solo che il movimento spagnolo non ha un ideologo-guru-leader e ha un più forte connotato sociale, perché la crisi economica iberica ha come grave corollario un tasso di disoccupazione del 21% (che sale, tra i giovani, a uno sconfortante 45%).

Cosa vogliono?
Si dichiarano apartitici. Vogliono una riforma del sistema elettorale (ora in Spagna c'è una sorta di proporzionale a base provinciale, con listini chiusi dei vari partiti: un sistema che premia PSOE, PP e i movimenti politici regionalisti provvisti di forte radicamento locale; e penalizza invece i partiti minori di ambito nazionale). Rifiutano quindi il
monopolio della politica da parte dei due partiti maggiori (il Partido socialista obrero espanol e il Partido popular). Ovvero sono contro l'oligarchia del bipartitismo e per una democrazia partecipata. Vogliono l'abolizione di leggi ingiuste, l'esclusione degli indagati dalle liste elettorali (ce ne sono molti sia a destra che a sinistra), la lotta alla corruzione e il divieto di finanziamento ai partiti. Accanto a ciò, dalla piazza, si alzano richieste di carattere sociale ed economico, sostenendo fermamente quelli che chiamano i diritti di base: casa, lavoro, cultura, sanità e istruzione.



Monday, June 20, 2011

Te echo de menos Santander

L’atterraggio è morbido, il tempo un po’ meno. Anzi, c’è proprio brutto: vento, freddo e cielo coperto. Prendiamo un taxi e arriviamo all’Hostal Liebana in calle Nicolas Salmeron 9. Da fuori fa cagare, è un asco; dentro va già meglio, abbiamo il nostro bagno ed è anche pulito. Camera vip la nostra: io, Ale e il Mappa. Il Twin rimane escluso. Mi dispiace, però è la dura legge delle camere. Ma forse è stata la sua salvezza. Ci docciamo e ci vestiamo: siamo pronti per la serata. Ale e il Mappa, neanche a farlo apposta, sfoggiano un maglioncino verde pistacchio, l’unico che entrambi hanno messo in valigia. Sono insieme a los hermanos pistachos, o più semplicemente Los Pistachos. Proprio di fianco alla porta dell’ostello c’è un pub anzi una cerveteria: la Cerveteria Urogallo. Entriamo, faccio lo splendido con quel poco di spagnolo che mastico:
- holà, seis cañas pequeñas porfa
Dall’altra parte del bancone c’è un vecchio sdentato ma simpatico. Facciamo due giri poi ci muoviamo a piedi verso il centro. Attraversiamo Plaza Velarde, con i cartelli e gli striscioni de los indignados, non è una brutta città, anche se è piccola. Avanziamo per il centro: altro bar altra San Miguel e via. Arrivimo davanti a un altro pub, ci sono il Cava e gli altri, così ci fermiamo. Sta spiovigginando. Entro, vedo il Twin con la Tizzi, sta sorseggiando un tinto de verano, una specie di spritz spagnolo a base di vino rosso.
- ohi Twin, com’è?
Con l’aplomb da signore che lo contraddistingue mi dà il suo giudizio:
- Rinfrescante…
- Perdona – faccio alla barista – u
n tinto de verano porfa!
Era solo l’aperitivo. Andiamo a cena al Rampalay, pesce, carne, verdure vino tinto y cerveza. Luego ci spostiamo in Plaza de Cañadio, ci sono un paio di locali su un lato della piazza: il bar Canela e il Ventilador. C’è del giro, non solo giovani, qua la sera escono proprio tutti. Piove fitto adesso, così ci ripariamo sotto la tenda del Canela, dentro si sentono i Dire Straits. Conosciamo Silvia e Saida, due ragazze di Verona. Coca e rum più birra. Ha smesso di piovere, ci spostiamo in calle Lopez Doriga, siamo dentro a El Divino, una specie di discoteca a ingresso gratuito. Beviamo ancora, adesso ho perso il conto di quanto ho bevuto ma ho un cappello nuovo, sono comunque contento. Rimaniamo lì un po’, ci sono delle ragazze spagnole ma non ce la smollano e allora ci muoviamo ancora. Sono le quattro passate, andiamo al Rokanbolè in calle Hernan Cortez. Non c’è un granché qua, o perlomeno non me lo ricordo. Via di qua, ci incamminiamo. Ribecchiamo le veronesi, sono son las cinco y veinte. Siamo seduti sul marciapiede davanti al KuDéTa, sempre in centro, ma non ricordo dove. Vogliono dieci euro senza consumazione per entrare – sono pazzi – no grazie, ciao! Così bivacchiamo ancora un po’ lì, sul marciapiede. È davvero tardi, ci avviamo a piedi alle camere. Siamo rimasti solo Richi, Ale, il Mappa, le veronesi ed io. Ogni tanto ci fermiamo perché le veronesi rompono il cazzo per fare delle foto. Ne approfitto per pisciare in un’aiuola che puzza già di piscio. Inizia ad esserci luce, il lungomare e le altre strade sono vuote: solo il vento le percorreva.

Ci svegliamo a mezzogiorno, c’è ancora il cielo coperto. Ci uniamo alla camerata del Giga più la Tizzi, anche perché sono gli unici rimasti. Andiamo a far colazione in un bar vicino al Liebana. Facciamo un giretto, becchiamo gli altri, belle facce anche loro! Pranziamo con dei pinchos sul lungomare. Esce il sole, e fa caldo ma c’è comunque un gran vento, la felpa fa comodo. Prendiamo dei taxi e andiamo al parco della peninsula de la Magdalena. Ci sono gli animali: i pinguini, le otarie e i leoni marini che piacciono tanto a Richi (ed è pure bravo a imitarne il verso e le fattezze). In cima al promontorio c’è un castello: la Residencia Real. S'è fatta proprio una bella giornata. Dopo non so quanti click e cheese torniamo in albergo, sempre in taxi. Finalmente cago. Scopro di essere rossissimo in faccia. Ale fa il bagno. Il Mappa (che ha il coppino più viola mai visto in vita mia) non fa altro che prendere su delle parole deliziandoci con le sue perle di idiozia.

Parte la serata. Per la prima volta ci troviamo tutti e 21 sotto l’hostal. Andiamo a prendere l’aperitivo al mercato coperto: una caña. Cena a Los Arcos, proprio lì di fronte. La cena non è stata molto abbondante – per usare un eufemismo – così qualcuno va a mangiare qualcos’altro da qualche altra parte. Plaza de Cañadio. Prima caña al Canela a cui segue subito una seconda. Un coca e rum. Il Patto, il Gaibo e il Cava regalano risate. È il compleanno del Nibbio, proviamo a sbronzarlo, ma è una sfida già persa. Il Cava mi manda a impezzare tre spagnole, sono tre infermiere che lavorano all'hospital. Arriva il Mappa mentre parlo con una di loro in uno spagnolo fluido, scivola fuori meglio lubrificato dall’alcol. Prendiamo per il culo il Mappa che ride e non capisce. Intanto arriva il Cava: si vanta di essere l’allenatore della promoción. Per fortuna una di loro sa l'italiano perché era stata a Venezia. Salutiamo le ragazze perché mañana trabajan. Cava mi fa notare una cosa: qua le ragazze sono più sorridenti che in Italia, ed è proprio vero. Sarà mezzanotte. Siamo più che sbronzi, ci sta, mañana volvemos. Allora altro coca e rum. Al Canela hanno la bella abitudine di dare i lecca lecca con i cocktails. Io e Richi ci striniamo i peli delle braccia e ce li annusiamo, incominciamo a essere molesti. Impezziamo altre ragazze spagnole, una mi fa i complimenti per il mio spagnolo. Non immaginate la soddisfazione. Ancora coca e rum. Ci muoviamo verso il Malaprima con Cava e l’Amicodicava. Ci sono anche le spagnole appena impezzate. Il Cava offre un giro di tequila, non ho nemmeno la pazienza di aspettare il piattino con sale e limone. Altro giro altra tequila, ma stavolta sale e limone. Andiamo via. Siamo in un altro posto, becchiamo Richi e gli altri ma non c'è un cane… Questo posto è il Pacha, mi dicono. In realtà è il KuDéTa, dove non siamo entrati ieri. Si riempie verso le quattro. In effetti la gente inizia ad arrivare. Sono pieno e molesto e nessuno mi ha ancora messo le mani addosso. Che culo! Secondo me sono molesti anche gli altri. Siamo tutti molesti e decidiamo: “finché c'è musica stiamo”. Chiedo un agua perché non ne posso più:
- cuatro con cinquenta
- diocan, siete de bei ladri!
Pago ed esco incazzatissimo. Lì fuori ci sono il Ghez, la Tizzi, il Patto e il Giga che parla in inglese con uno spagnolo. Rompo un bicchiere sul marciapiede e mando a fanculo il Ghez, che mi prende a fiocchi. Mi incazzo ancora di più. Torno a casa con tutti loro più le veronesi, si sono di nuovo aggiunte. È tardi. Il Ghez mi mena di brutto perché sono pieno, e perché è pieno anche lui. La Tizzi e il Giga mi raccolgono da terra, il Patto mi fa la ramanzina e mi tranquillizzo. Arriviamo al Liebana, aspetto l’arrivo dei miei compagni di stanza – che avevano preso altri lidi –, così tra una cazzata e l’altra andiamo a letto.

La Guappa ci sveglia alle undici e trenta, dobbiamo liberare la stanza per mezzogiorno. Ho il cell scarico, non si accende nemmeno, lo metto in carica una mezz’oretta. Faccio la valigia, infilo il costume e una maglietta, prendo il telo e sono pronto. Lasciamo le valige all’hostal e andiamo verso la spiaggia. Facciamo colazione con un perrito caliente. Al primo morso mi macchio con la senape, poco male. Compriamo la crema, ché oggi c’è un bel sole. Fermiamo un paio di taxi e arriviamo alla playa el Sardinero Dos.
Il Giga e la Tizzi comprano la palla in un baracchino: è calcetto sulla spiaggia. La cronaca mi vede protagonista. Pronti via siamo sotto, fortunoso vantaggio di Ale, oltremodo premiato da una carambola col Gian. Soffro l’avvio e sciupo un assist d’oro del Patto. Dall’altra parte Richi sbaglia clamorosamente un’occasione dopo l’altra. Il Nibbio tenta una staffilata che si spegne poco a lato ma che scuote la squadra. Guadagnamo campo. Poco dopo Patto dalle retrovie mi serve, salto l’uomo appoggio per il Nibbio che inventa il destro vincente. È uno a uno. Non si può più sbagliare, one shot one kill, chi fa questo vince. Il Gian è una diga dietro, il Patto apre per il Nibbio, ottima la verticalizzazione per me che segno con un destro preciso. Sfuggo dall’abbraccio dei compagni per prendere il meritato abbraccio blu dell’oceano.
Passiamo il resto della giornata a giocare in spiaggia o con le onde o a prendere il sole e a dir stronzate. Torniamo in autobus in centro e poi a piedi a prendere le valige al Liebana. Mangiamo qualcosa al bar davanti l’hostal finché non arrivano i taxi che ci portano all'aeropuerto. Non ne ho più ma mi gioco l’ultima stronzata:
- ehi Patto, nonostante la svarzella di ieri ho tenuto bene…
- ma va’ là, che sembri mangiato e cagato!

Te echo de menos Santader!